A ottobre si conferma il rallentamento della ritirata dei prezzi. Gli analisti temono un minor numero di tagli nel 2025. Dubbi anche sull’ultima riunione di quest’anno. “Sospiro di sollievo per i bond”
Rallenta ancora la ritirata dell’inflazione negli Stati Uniti. A ottobre, centrando perfettamente le previsioni degli analisti, l’indice dei prezzi al consumo è infatti aumentato dello 0,2% rispetto a settembre, esattamente come avvenuto nei tre mesi precedenti. Il dato annuale ha accelerato dal 2,4% di trenta giorni prima al 2,6%, anche in questo caso rispettando le stime. Si conferma quindi il trend in atto ormai da metà anno, che fa temere ai mercati un minor numero di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve nel 2025, e che per alcuni rende meno scontata anche la sforbiciata attesa per dicembre.
In particolare, l’inflazione core, ovvero quella depurata dei prezzi dei beni alimentari ed energetici, è cresciuta dello 0,3% su base mensile, in linea con il consensus e come nei due mesi precedenti. Rispetto a un anno fa, l’indice maggiormente osservato dalla banca centrale è invece salito al 3,3%, anche in questo caso come previsto. La scorsa settimana la Fed ha tagliato il costo del denaro di 25 punti base, portandolo tra il 4,50%-4,75%, ma ora gli investitori sono preoccupati per ciò che potrebbe accadere nel 2025. Oltre a un’inflazione ancora lontana dal target del 2%, pesa infatti anche il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Tra le altre cose, il tycoon ha infatti promesso tagli alle tasse, dazi sui beni importati e deportazioni di massa di immigrati clandestini: tutte misure inflazionistiche che hanno portato molti economisti a ritenere ormai limitata la possibilità di ulteriori tagli il prossimo anno.
Piccolo sollievo per il mercato obbligazionario
Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte
Per Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte, il dato di ottobre può anche essere letto positivamente, visto che l’indice ‘supercore’ (che esclude energia, generi alimentari e affitti) ha segnato un +0,31%, il dato più basso degli ultimi tre mesi. “D’altra parte, però, la componente degli affitti torna a registrare un’accelerazione, dal +0,2% di settembre al +0,4% di ottobre, in linea con la media degli ultimi sei mesi”, fa notare. In ogni caso, secondo l’esperto, può tirare un sospiro di sollievo almeno il mercato obbligazionario, già alle prese con tassi d’interesse al rialzo come conseguenza delle politiche ultra-espansive che si teme possano essere implementate da Trump e finanziate attraverso l’emissione di Treasury. “Anche se le prime nomine, ad esempio quelle di Musk e Ramaswamy a capo del Doge, e le indiscrezioni sulla possibile nomina di Bessent a capo del Tesoro, sembrano suggerire che parte della spesa pubblica statunitense potrebbe essere coperta attraverso un meccanismo di spending review”, analizza. Per ora Cesarano resta convinto che la Fed taglierà il costo del denaro di altri 25 pb a dicembre e lo ridurrà ancora di circa 100 pb complessivi entro fine 2025. “La banca centrale USA al momento sembra prestare attenzione soprattutto ai segnali che provengono dal mercato del lavoro, i cui nuovi dati sono attesi per il prossimo 6 dicembre”, evidenzia.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Nonostante dall’IPC di ottobre non siano arrivate sorprese negative, per Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, si rafforzano le aspettative di un approccio cauto da parte di Powell e colleghi anche in occasione della riunione di dicembre. “L’indice core rimane stabile a un livello relativamente alto, ancora al di sopra della zona di comfort della Fed”, sottolinea. Facendo notare come il mercato abbia reagito in maniera contenuta a questi dati. “Sebbene il tasso d’inflazione rimanga moderato, la pressione prolungata dei prezzi core suggerisce la possibilità che la banca centrale americana debba riesaminare con attenzione la propria politica”, avverte.
Attualmente il mercato valuta circa il 60% di possibilità di una terza riduzione quest’anno, e per Flax tale percentuale riflette le preoccupazioni sulla persistenza del carovita anche a fronte di una riduzione della crescita. “Se le pressioni inflazionistiche dovessero confermarsi costanti anche nel 2025, i mercati potrebbero stimare dei tagli dei tassi più contenuti in futuro, il che suggerisce una prospettiva di investimento più cauta per l’anno che verrà”, conclude.
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