Dopo il Cpi di agosto in crescita e oltre le attese, i gestori continuano a credere in una pausa mercoledì prossimo. Ma per le riunioni successive la partita resta aperta
Sorpresa inflazione negli Stati Uniti, dove ad agosto l’indice dei prezzi ha ripreso a salire tornando ai massimi da 14 mesi. Un dato oltre le attese, l’ultimo prima del meeting della Federal Reserve di settimana prossima, che la maggior parte dei gestori interpreta però come ininfluente sulla strategia della banca centrale americana. Tanto che l’ipotesi più accreditata resta ancora quella di una pausa nel rialzo dei tassi. Discorso diverso invece per il futuro: se infatti prezzi si dovessero confermare in ripresa, allora Powell e colleghi potrebbero ricominciare ad aumentare il costo del denaro.
Nel dettaglio, il Cpi Usa è aumentato del 3,7% su base tendenziale, in decisa risalita dal +3,2% di luglio e sopra il +3,6% stimato dal mercato. Su base mensile l’incremento è stato dello 0,6%, in linea con le previsioni degli analisti ma in forte crescita rispetto al +0,2% precedente. Il dato core ha registrato una crescita tendenziale del 4,3%, in frenata rispetto al +4,7% di luglio e in linea con il consensus. Su base mensile l’indice è salito dello 0,3%, oltre il +0,2% previsto dagli operatori e in accelerazione dal +0,2% del mese prima.
Gestori concordi: “La pausa resta probabile”
Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management
“I dati confermano l’opinione secondo cui i frutti a portata di mano sull’inflazione sono già stati colti e il percorso della Fed verso l’obiettivo del 2% potrebbe non essere lineare”, commenta Mark Haefele. Per il chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, gran parte delle notizie deludenti contenute nei dati sono in realtà più apparenti che reali e, dietro le quinte, resta l’allentamento della pressione sui prezzi. “Crediamo ancora che gli Stati Uniti siano sulla buona strada per un atterraggio morbido, con un’inflazione moderata che consentirà di fermare gli aumenti dei tassi prima di trascinare il Paese in recessione assicura, assicura l’esperto. Che aggiunge: “Insieme ai segnali di raffreddamento del mercato del lavoro, a nostro avviso i dati danno a Powell pochi incentivi ad alzare i tassi nella riunione della prossima settimana”.
Per Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, quel +0,3% su base mensile dell’indice core è ancora un livello troppo elevato. E non si può escludere la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi. “È troppo presto per decretare la fine del ciclo rialzista, anche qualora la Fed dovesse optare per una pausa nel corso della riunione di settimana prossima”, avverte l’economista, precisando che se l’inflazione su base mensile dovesse rimanere su questi livelli, i tagli dei tassi non sarebbero un’opzione praticabile. Con buona pace degli investitori che sperano in un’inversione della politica monetaria e in un allentamento già nei prossimi dodici mesi.
Anche a Jon Maier, cio di Global X, il Cpi core suggerisce che potremmo non essere ancora al sicuro. E che, se questi numeri continueranno a crescere, la Fed potrebbe riconsiderare la sua posizione. “Sulla scia dei dati, si potrebbe ragionevolmente prevedere che la banca centrale tornerà a propendere per un rialzo dei tassi, soprattutto se il prossimo rapporto mostrerà una tendenza simile o superiore”, sottolinea. A suo parere, il dato di agosto evidenzia proprio il delicato equilibrio dell’attuale dinamica economica ‘goldilocks’ dell’economia a stelle e strisce:“Con il recente aumento del Pil, pari a un robusto 5,6%, la chiave sarà mantenere questa crescita e al contempo tenere sotto controllo l’inflazione. Le prossime mosse saranno cruciali, dato che a novembre le possibilità di un rialzo sono ancora circa 50-50”, fa notare.
chief investment officer di Moneyfarm
Più incerto Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, secondo cui i dati si limitano a indicare il perdurare delle pressioni sui prezzi, lasciando intatte le probabilità di un nuovo rialzo già nel corso del meeting imminente. “Dopo essere scesa dal picco del 9,1% del giugno 2022 al 3,1% del giugno 2023, oggi l’inflazione è sicuramente più vicina al target del 2% ma l’ultimo miglio si sta rivelando il più difficile da conquistare”, conclude.
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