Negli Usa e in Europa riparte il pressing dei banchieri favorevoli a una linea più aggressiva sui tassi. Schnabel: “In Eurozona disinflazione lontana”. Ecco cosa accadrà secondo gli asset manager
Dopo un anno all’insegna di una politica hawkish, i falchi di Fed e Bce sono tornati con forza a riprendersi il centro della scena anche in questo inizio 2023. E lo hanno fatto raffreddando, anzi gelando, le speranze dei mercati. Visto infatti il rallentamento dell’inflazione su entrambe le sponde dell’Atlantico, buona parte degli investitori aveva iniziato a scommettere sulla fine dei rialzi dei tassi di interesse e qualcuno intravedeva persino una svolta dovish. A quanto pare, però, così non sarà. Anche per i gestori.
Le voci dagli Usa
I primi a intervenire sono stati i duri e puri della Federal Reserve. La presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, non ha usato mezzi termini sottolineando che il costo del denaro dovrà salire oltre il 5% e “restarci per un lungo periodo di tempo”. Ancora più esplicito è stato il collega di St. Louis, James Bullard, che vede un possibile aumento di mezzo punto percentuale nel prossimo meeting di marzo. Per Bullard, infatti, quella contro l’inflazione è una “lunga battaglia” ed è dunque “appropriato” portare i tassi d’interesse al 5,25%-5,50% dall’attuale 4,50%-4,75%. A peggiorare il quadro è poi arrivato giovedì il dato dei prezzi alla produzione, risultati in gennaio superiori alle attese.
Il rigore europeo
Ancora più netta è stata Isabel Schnabel, membro del direttorio della Banca centrale europea, secondo la quale la disinflazione nell’Eurozona non è neppure cominciata e il rischio è che i mercati stiano sottostimando la corsa dei prezzi. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha detto in un’intervista, sottolineando che la reazione dell’economia agli aumenti dei tassi potrebbe rivelarsi più debole che in precedenza e che l’Eurotower potrebbe essere costretta ad agire “con più forza”. Per l’economista tedesca, considerato il livello attuale e la persistenza dell’inflazione sottostante, un rialzo dei tassi di 50 punti base per il mese di marzo è dunque “necessario in base a tutti gli scenari plausibili al fine di riportare l’inflazione al 2%”. “I mercati ritengono che il carovita scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari”, ha avvertito la Schnabel.
A stretto giro è intervenuto anche Francois Villeroy de Galhau, noto per le sue posizioni da colomba, precisando che la banca centrale probabilmente alzerà i tassi al livello massimo entro settembre per poi mantenerli lì almeno fino al prossimo anno, così da garantire che l’inflazione torni all’obiettivo 2%. “È nostro dovere ricordare che la battaglia contro il carovita sarà vinta solo attraverso la perseveranza, mantenendo alti i tassi di interesse il più a lungo possibile come necessario. Dobbiamo stare attenti a non dichiarare la vittoria troppo in fretta”, ha affermato
Inevitabile che dopo tali dichiarazioni, negli Stati Uniti così come nel Vecchio Continente la tensione sui mercati sia immediatamente salita. Le parole della Schnabel hanno spinto i trader a scontare per la prima volta un tasso terminale al 3,75% entro ottobre. In precedenza, dopo la riunione di inizio febbraio, le attese erano attorno al 3,4%. Di contro, le probabilità di un taglio dei tassi quest’anno sono state ridotte a un punto base, il minimo dalla metà di dicembre.
La view dei gestori
Tiffany Wilding, north american economist di Pimco
Al di là delle reazioni a caldo, sono però tanti i gestori che non hanno mai dato per archiviata la guerra delle banche centrali contro l’inflazione. Secondo Tiffany Wilding, north american economist di Pimco, dopo gli ultimi dati macro è molto probabile che la Sep della Fed venga nuovamente rivista al rialzo, in modo che la mediana rifletta un ulteriore rialzo dei tassi, con un conseguente aumento di 25 punti base a marzo, maggio e giugno e un intervallo di picco dei tassi del 5,25%-5,5%.
“Anche se i dati recenti suggeriscono che l’economia statunitense è stata più resiliente di quanto ci si aspettasse, le nostre previsioni propendono ancora per un indebolimento”, fa notare la Wilding, secondo cui Jerome Powell ha il difficile compito di bilanciare il rischio di fare troppo e indebolire inutilmente il mercato del lavoro con quello rischio di non fare abbastanza e permettere all’inflazione di perdurare. “La Fed ha agito correttamente moderando il ritmo dei rialzi dei tassi di fronte a queste sfide, ora che è riuscita a spostare la politica monetaria in territorio restrittivo. Tuttavia, quanto siano restrittive le condizioni attuali, e quanto a lungo dovranno rimanere tali, rimane una questione aperta, che i funzionari di politica monetaria continueranno a indagare nel corso del prossimo anno”, spiega l’esperta. Che conclude: “Per il momento, i dati economici sono coerenti con l’idea che ci sia lo spazio per qualche altro rialzo e riteniamo che i funzionari della banca centrale coglieranno l’opportunità per confermare il riprezzamento del mercato”.
Quanto alla Bce, secondo Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments, nonostante la stima flash di gennaio nell’Area euro sia scesa all’8,5% grazie al calo dell’energia, i prezzi sottostanti continuano a salire non permettendo all’Eurotower di mollare la presa. “L’aumento della crescita dei salari sulla scia di un forte mercato del lavoro e l’ancora robusta pressione inflazionistica a nostro avviso in cantiere impediranno all’inflazione di intraprendere una tendenza al ribasso nel 2023”, mette in guardia l’economista. Secondo Wolburg, tale prospettiva manterrà quindi Christine Lagarde e colleghi sulle spine e spiega anche la dichiarazione a margine dell’ultima riunione, ovvero che i tassi ufficiali saranno lasciati a un livello sufficientemente restrittivo. “I recenti commenti aggressivi da parte dei membri del Consiglio Direttivo hanno sottolineato questo messaggio. Anche i mercati l’hanno capito e concordano con la nostra visione che un taglio del tasso chiave nel 2023 sia improbabile. Continuiamo a prevedere il picco nel tasso sui depositi al 3,5%, livello che sarà mantenuto fino al 2024 inoltrato”, conclude.
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