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Il rapporto debito/pil di alcuni Stati potrebbe schizzare di oltre il 10%. Ma nel breve l’impatto sulla qualità del credito resterà limitato. Marginale anche l’effetto sulla crescita economica
L’aumento delle spese per la difesa Nato non provocherà uno shock sul debito dei Paesi europei, ma comporterà per i bilanci forti pressioni. Che da qui al 2035 rischiano di tradursi in 2.000 miliardi di dollari di debito pubblico in più. A fare i conti è l’agenzia di S&P Global Ratings, che in un report dedicato ha calcolato l’impatto di quanto deciso nel corso del vertice dell’Alleanza Atlantica del 24 giugno scorso. Gli Stati membri si sono infatti impegnati ad aumentare gli investimenti militari al 5% del pil entro dieci anni, di cui il 3,5% per la difesa ‘core’ e l’1,5% per misure di sicurezza più ampie. Attualmente, la maggior parte di loro non raggiunge la soglia del 2% fissata dall’organizzazione.
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Impatto limitato nel breve
Secondo S&P, proprio il raggiungimento dell’obiettivo del 3,5% del pil, “se pienamente attuato senza misure di compensazione”, potrebbe aggiungere 2.000 miliardi di dollari di debito pubblico entro il 2035. Con alcuni Paesi che rischiano di veder schizzare il loro rapporto debito/pil di oltre 10 punti percentuali. Il restante 1,5% destinato a investimenti per la sicurezza nazionale, invece, non dovrebbe avere ripercussioni dirette sui bilanci pubblici, in quanto dovrebbe essere in gran parte finanziato tramite la riallocazione di risorse esistenti.
L’agenzia prevede ad ogni modo un impatto limitato sulla qualità del credito degli Stati europei nel breve periodo, dal momento che gli aumenti della spesa per la difesa saranno “probabilmente misurati e lenti”. Gli analisti presumono infatti che la maggior parte dei Paesi incrementerà gli investimenti di circa 0,5 punti percentuali di pil nei prossimi quattro anni. Ma l’avvertimento è che, nonostante si tratti di uno sforzo significativo, “raggiungere l’intero obiettivo del 3,5% entro il 2035 sarà molto più difficile, viste le restrizioni fiscali e le diverse priorità politiche nella regione”.
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Minimo impulso al pil dell’Eurozona
Per S&P, quindi, con tutta probabilità gli aumenti della spesa saranno graduali e il ritmo sarà dettato dalle preoccupazioni dei singoli Paesi in materia di sicurezza, dalle dimensioni delle loro industrie della difesa, dai vincoli fiscali, dal sostegno elettorale e dalla capacità di assorbimento industriale. Tuttavia il report fa notare che, al tempo stesso, la crescita degli investimenti militari difficilmente rappresenterà un elemento di stimolo alla crescita economica: il suo impatto dovrebbe infatti limitarsi allo 0,1%-0,3% del pil dell’Eurozona fino alla fine del 2028.
Riarmo a diverse velocità
A livello geografico, l’espansione degli investimenti militari dovrebbe dunque essere disomogenea. Ad esempio, viene sottolineato, le capitali più vicine a Mosca, come Varsavia, hanno già iniziato e andranno avanti. Gli altri avranno invece velocità diverse: i Paesi con bassi livelli di debito pubblico, come Danimarca, Paesi Bassi, Lituania e Germania, saranno infatti in grado di sostenere aumenti più consistenti della spesa, mentre quelli più indebitati avranno difficoltà a realizzare anche incrementi modesti rispetto agli stanziamenti attuali.
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Rischio di contraccolpi politici
Infine, l’agenzia USA pone anche l’attenzione sulla fine del “dividendo della pace” di cui hanno goduto molti Paesi europei nei decenni scorsi. Dalla fine della Guerra Fredda, infatti, nel Vecchio Continente si è assistito a un’espansione del welfare state a scapito delle spese per la difesa e ora il cambio di rotta rischia di “provocare contraccolpi politici”. Per S&P sarà proprio “l’opinione dell’elettorato” a costituire “il fattore principale nella volontà dei governi di soddisfare gli obiettivi Nato”. E il rovesciamento dell’andamento di cui hanno beneficiato i Paesi europei dopo la caduta del Muro di Berlino “potrebbe essere sfruttato dai partiti populisti”, che potrebbero utilizzare il riarmo come argomento per alimentare il malcontento.
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