Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli ETF
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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Un concorrente che nel 2002 avesse vinto un premio televisivo da un milione di euro oggi non potrebbe più definirsi milionario. Almeno non in termini reali. È quanto emerge da un’analisi di Vanguard, secondo cui al 31 dicembre 2025 quella stessa somma avrebbe infatti un potere d’acquisto di appena 391.737,95 euro. O meglio: sulla carta la cifra nominale sarebbe rimasta invariata, ma ciò che si può effettivamente comprare con quel denaro si sarebbe ridotto in modo drastico a causa di quasi 24 anni di inflazione.
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Prendendo come riferimento l’inflazione dell’Area euro, gli analisti della società di gestione hanno calcolato che per mantenere a fine 2025 lo stesso potere d’acquisto di un milione di euro incassati a gennaio 2002 sarebbero necessari 1.608.262,05 euro. Insomma, il fortunato vincitore oggi avrebbe bisogno di oltre 1,6 milioni per eguagliare il valore reale di quel premio originario: un divario che aiuta a rendere tangibile la differenza tra ricchezza nominale, cioè la quantità di denaro posseduta, e ricchezza reale, ovvero ciò che quei soldi consentono realmente di acquistare. Per Vanguard, in un momento in cui le famiglie di tutta Europa continuano a rivalutare il valore reale dei propri risparmi, questo esempio è un modo semplice per rendere tangibile tale distinzione.
Lo studio simula quindi due scenari alternativi per lo stesso capitale. Se l’intero importo fosse stato semplicemente lasciato sul conto corrente remunerato al tasso Euribor (un confronto che Vanguard definisce “generoso” rispetto ai rendimenti medi offerti dai depositi), a fine 2025 il milione sarebbe cresciuto a 1.654.042,48 euro: una cifra di poco superiore alla soglia necessaria per conservarne il potere d’acquisto originario e un segno che la liquidità, al netto dell’inflazione, ha sostanzialmente solo tenuto il passo, senza generare valore reale aggiuntivo. Se invece la vincita fosse stata investita in un indice azionario globale diversificato come il Ftse All-World, la stessa somma avrebbe raggiunto, nel medesimo arco di tempo e sempre al netto dell’inflazione, quota 5.158.457,02 euro. Tale divario, per gli analisti, rende evidente una prospettiva più ampia per chi risparmia a lungo termine: il rischio non è solo la volatilità dei mercati, ma anche la silenziosa erosione del potere d’acquisto quando il capitale non cresce abbastanza da superare l’inflazione. Su periodi più lunghi, infatti, gli investimenti diversificati hanno storicamente offerto ai risparmiatori una possibilità molto maggiore non solo di preservare il proprio potere d’acquisto, ma anche di vederlo aumentare.
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“Il vero problema non è solo quanto denaro si possiede in termini nominali, ma se questo riesca a tenere il passo con l’inflazione nel tempo”, sintetizza Simone Rosti, responsabile per l’Italia e Sud Europa di Vanguard, secondo cui è tutta qui la differenza tra una cifra che appare rassicurante sulla carta e un capitale che nella pratica garantisce ancora lo stesso tenore di vita. “Il contante può sembrare sicuro perché il suo valore non varia visibilmente di giorno in giorno, ma su lunghi periodi può fare ben poco se non rimanere fermo, una volta considerata l’inflazione”, sottolinea. Il consiglio rivolto ai risparmiatori, quindi, non può che essere quello di mettere a frutto il proprio gruzzolo: “Diversificazione, costi contenuti e permanenza sul mercato restano gli strumenti più efficaci per proteggere il potere d’acquisto e far crescere il patrimonio in termini reali”, conclude.
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