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Il Global Private Capital Report 2026 di Ropes & Gray fotografa un settore ancora resiliente, ma alle prese con vincoli strutturali. Raccolta ed exit restano sotto pressione, mentre continuano a crescere i continuation fund. Tra boom dell’AI e il ruolo centrale dell’Europa, ecco le prospettive per il resto dell’anno
Il private equity non è in crisi, ma sta attraversando una fase di profonda trasformazione. È questa la fotografia scattata dal Global Private Capital Report 2026 di Ropes & Gray, secondo cui il settore continua a mostrare una sostanziale resilienza, pur operando in un contesto caratterizzato da maggiore selettività, tempi più lunghi per concludere le operazioni e persistenti difficoltà nelle exit e nella raccolta. Più che una ripresa, spiegano gli autori, il mercato sta vivendo una fase di “ricalibrazione”, nella quale il capitale resta abbondante ma viene impiegato con criteri molto più rigorosi. Il primo semestre del 2026 si era aperto con aspettative favorevoli, sostenute da un quadro macroeconomico relativamente positivo. Tuttavia, il conflitto in Medio Oriente, le tensioni geopolitiche e un contesto regolamentare sempre più complesso hanno frenato l’attività, inducendo gli operatori ad adottare un approccio più prudente. La fiducia, sottolinea il report, non è venuta meno, ma è diventata “condizionata”: gli investitori continuano ad assumere rischio, purché supportati da convinzioni elevate e da prospettive di rendimento chiaramente identificabili.
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Capitale abbondante, ma investimenti sempre più selettivi
La disponibilità di risorse resta elevata. A fine 2025 il dry powder globale aveva raggiunto circa 1.700 miliardi di dollari, aumentando la pressione sui gestori affinché trovino opportunità d’investimento. In questo contesto il capitale tende però a concentrarsi nei comparti sostenuti da trend strutturali e da politiche pubbliche, come infrastrutture, energia e difesa, considerati più resilienti e in grado di offrire maggiore visibilità sui rendimenti. Anche dal punto di vista geografico gli investimenti seguono una logica più selettiva. Gli Stati Uniti rimangono il mercato privato più profondo e liquido, ma l’Europa continua ad attrarre capitali americani grazie a valutazioni interessanti e alla frammentazione di numerosi settori, che offre opportunità di consolidamento. Nel primo trimestre del 2026 le operazioni cross-border condotte da investitori statunitensi su asset europei sono aumentate del 19% rispetto a un anno prima, mentre il valore complessivo delle transazioni è cresciuto dell’87%. In Asia, invece, prevale un approccio più mirato, con interesse concentrato soprattutto su Giappone, India e sulle economie che beneficiano dello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della produzione di semiconduttori.
La regolamentazione pesa sempre di più
Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda il ruolo della regolamentazione. Secondo Ropes & Gray, Europa, Stati Uniti e Asia stanno seguendo traiettorie differenti, ma in tutti i casi le norme incidono sempre più sulla velocità delle operazioni, sui costi di esecuzione e sull’allocazione del rischio. In Europa, la sovrapposizione tra controlli antitrust, screening sugli investimenti esteri e Foreign Subsidies Regulation rende il processo di investimento più lungo e complesso. Negli Stati Uniti, invece, il quadro appare relativamente più prevedibile, pur mantenendo elevata l’attenzione delle autorità su alcuni comparti specifici. In Asia, infine, la situazione rimane molto eterogenea, con mercati maturi come Giappone e Singapore che offrono maggiore certezza normativa rispetto ad altre giurisdizioni emergenti.
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Continuation fund ormai parte integrante del mercato
Se c’è un fenomeno che sintetizza l’evoluzione del private equity è la crescente diffusione dei continuation vehicle e delle operazioni di secondaries. Questi strumenti, osserva il report, non rappresentano più una soluzione temporanea per compensare la scarsità di exit tradizionali, ma sono ormai diventati una componente strutturale del settore. Nel 2025 il valore globale delle transazioni sul mercato secondario è cresciuto del 48%, raggiungendo i 240 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, anche con il graduale miglioramento dei mercati M&A e IPO, il ricorso ai continuation fund ha continuato ad aumentare, segnale che il fenomeno risponde a un cambiamento permanente delle strategie di gestione della liquidità piuttosto che a una semplice fase ciclica. Questa evoluzione, tuttavia, comporta anche maggiori richieste di trasparenza. Gli investitori istituzionali chiedono valutazioni indipendenti, processi competitivi e una governance più rigorosa, soprattutto nelle operazioni GP-led, dove i potenziali conflitti di interesse risultano più evidenti.
LP più forti, GP sotto pressione
Il rallentamento delle distribuzioni e una raccolta ancora complessa stanno modificando anche gli equilibri tra limited partner e gestori. La ridotta liquidità ha rafforzato il potere negoziale degli investitori, che possono permettersi di essere più selettivi nella scelta dei fondi e richiedere condizioni migliori, dal co-investimento gratuito a una reportistica più dettagliata. Secondo il report, la questione centrale non è la mancanza di fiducia verso il private equity, bensì la difficoltà nel generare distribuzioni. Per questo motivo trasparenza, governance e allineamento degli interessi stanno diventando elementi decisivi nella capacità dei gestori di raccogliere nuovi capitali.
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AI e retailizzazione cambiano il volto del settore
Guardando al futuro, Ropes & Gray individua due grandi forze destinate a ridefinire il mercato. La prima è l’intelligenza artificiale. Se da un lato alimenta la domanda di infrastrutture digitali, data center e capacità energetica, dall’altro modifica profondamente i criteri di valutazione delle società in portafoglio. I gestori sono chiamati a distinguere le aziende che potranno beneficiare dell’adozione dell’AI da quelle che rischiano invece di subire una rapida obsolescenza tecnologica. La seconda riguarda la crescente apertura dei mercati privati agli investitori retail. L’espansione dei veicoli destinati alla clientela private e affluent potrebbe ampliare significativamente le fonti di capitale disponibili, riducendo la dipendenza dagli investitori istituzionali e accelerando la diffusione di strutture evergreen e prodotti con maggiore flessibilità in termini di liquidità. Si tratta però di un cambiamento che richiederà anche standard più elevati in materia di trasparenza, distribuzione e gestione del rischio. Nel complesso, la conclusione del report è chiara: il private equity del 2026 non è un mercato in fase di recupero, ma un settore che sta ridefinendo le proprie regole operative. La capacità di adattarsi a un contesto più selettivo, caratterizzato da maggiore complessità regolamentare, innovazione tecnologica e nuove fonti di capitale, sarà il principale fattore distintivo tra i gestori che riusciranno a trasformare le opportunità in performance e quelli destinati a rimanere indietro.
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