Bain & Company fotografa un mercato vicino ai record storici sotto il profilo delle operazioni, ma alle prese con fundraising debole e maggiore complessità nella creazione di valore. Italia in accelerazione grazie a tech ed energia
Il mercato globale del private equity torna a crescere nei volumi di operazioni e dismissioni, ma si prepara da affrontare nuove sfide strutturali legate alla raccolta e alla liquidità. È quanto emerge dal Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company, secondo cui il 2025 ha segnato un punto di svolta per l’industria grazie a segnali di normalizzazione dopo gli anni più complessi del ciclo recente. In Italia, intanto, aumenta l’attività soprattutto nel lower mid-market e nei settori legati alla trasformazione tecnologica ed energetica.
Dopo il recupero avviato l’anno precedente, il 2025 ha registrato il secondo valore più alto di sempre per buyout ed exit a livello mondiale. Il valore globale dei deal di buyout (esclusi gli add-on) è cresciuto del 44% su base annua, raggiungendo 904 miliardi di dollari e avvicinandosi ai livelli record del 2021, sostenuto in particolare da mega-operazioni superiori ai 10 miliardi negli Stati Uniti. Quanto ai disimpegni, tra vendite da un fondo all’altro e IPO, il valore complessivo è aumentato del 47% per arrivare a 717 miliardi di dollari. Una ripresa che però è risultata fortemente concentrata, con appena 13 mega-deal che hanno rappresentato circa il 30% del totale globale, e che ha indotto il senior partner di Bain & Company Sergio Iardella a parlare interessato da uno snodo cruciale: “Nonostante il ritorno del dinamismo”, ha detto infatti, “la competizione per attrarre capitali resta elevata e la generazione di rendimento più complessa rispetto al passato”.
I deal di buyout ed exit globali sono cresciuti nel 2025
Fonte : Dealogic
Fundraising e liquidità restano i nodi principali
La principale criticità continua a essere la raccolta. Nel 2025 il private capital globale ha raggiunto i 1.300 miliardi di dollari, ma il fundraising dei fondi buyout è diminuito del 16% a causa sia dal minor numero di nuovi veicoli sia della quasi assenza di quelli superiori ai 5 miliardi per dotazione. Alla base della debolezza vi sono distribuzioni agli investitori ancora insufficienti: i flussi restituiti ai Limited Partner restano infatti sotto il 15% del NAV per il quarto anno consecutivo, minimo storico per l’industria, limitando la capacità di nuovi impegni. Come evidenziato dall’analisi di Bain & Company, il contesto di liquidità compressa si riflette poi anche nell’elevato stock di partecipazioni: circa 32mila società sono oggi detenute nei portafogli globali del private equity, per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari, mentre il periodo medio di detenzione è salito a circa sette anni dai cinque-sei del decennio precedente.
I mega-deal hanno rappresentato la maggior parte della crescita del valore dei deal
Fonte: Dealogic
Creare valore è diventato più difficile
Un altro aspetto fortemente impattato dal nuovo scenario macro è quello relativo alle logiche di creazione di valore. “Se nel 2010 bastava una crescita annua dell’EBITDA del 5% per ottenere ritorni soddisfacenti”, ha spiegato Iardella, “oggi la soglia necessaria è salita al 12%”. Tassi più elevati, minore espansione dei multipli e maggiore competizione per gli asset di qualità impongono quindi ai fondi di settore un cambio di paradigma: “La value origination deve essere sempre più operativa, pianificata già in fase di due diligence e basata su trasformazioni industriali, innovazione e utilizzo avanzato dei dati”.
La raccolta è rimasta debole nel 2025
Fonte: Preqin
Europa: crescita e concentrazione settoriale
Per quanto riguarda nello specifico l’Europa, il valore dei buyout è cresciuto di circa il 10% ed è tornato su livelli simili ai picchi del 2021-2022: circa 235 miliardi di dollari. A trainare la crescita sono stati soprattutto l’area DACH (Germania, Austria, Svizzera) e i Paesi Nordici, con forte concentrazione nei settori sanità ed energia e nelle operazioni tra uno e dieci miliardi di dollari. Le exit nel Vecchio Continente hanno registrato un aumento ancora più marcato, +65% fino a circa 240 miliardi, sostenute principalmente da operazioni strategiche. Nonostante ciò, ha affermato Iardella, il periodo medio di detenzione vicino ai sette anni testimonia come la liquidità del mercato non si sia ancora pienamente normalizzata.
Non è mancato un focus sull’Italia, che l’esperto di Bain ha definito un mercato “molto interessante” nella prospettiva degli investitori grazie alla relativa maggiore stabilità percepita. Con un incremento del 25% nel numero di operazioni rispetto al 2024, il private equity del nostro Paese ha infatti mostrato un’accelerazione significativa. A fare da traino è stato soprattutto il segmento lower mid-market, mentre le operazioni di maggiore dimensione hanno registrato una contrazione. Bene anche le exit, che pure scontano la mancanza quasi totale di IPO negli ultimi anni. Dal punto di vista settoriale, la view della società di consulenza mostra invece la conferma di trend ormai consolidati a livello internazionale: forte crescita del tech e dell’healthcare, aumento significativo per energia e risorse naturali, boom di infrastrutture e servizi finanziari. L’industriale resta però il comparto più rilevante, mentre tra i settori che soffrono spiccano beni di largo consumo e lusso. “Attualmente circa 1.100 aziende sono detenute in portafoglio da fondi di private equity”, ha detto Iardella, sottolineando come le società supportate da capitale privato abbiano registrato una crescita media della marginali pari 16% CAGR negli ultimi cinque anni e abbiano un Ebitda medio di 25 milioni.
Il 2026 parte con prospettive più favorevoli
Guardando avanti, Bain evidenzia condizioni più costruttive per l’attività nel 2026. Il graduale calo dei tassi di interesse e pipeline di operazioni solide rendono infatti lo scenario macro più favorevole a deal ed exit, in un’economia considerata complessivamente resiliente a meno di shock esogeni. Certo è che l’industria sta complessivamente entrando in una nuova fase che sarà caratterizzata da una ripresa selettiva e tematica. “La digitalizzazione e la transizione ecologica restano i principali driver degli investimenti”, ha detto Iardella, “ma per restare competitivi i fondi dovranno specializzarsi e rafforzare la capacità di trasformazione delle aziende partecipate”. In un contesto meno favorevole rispetto all’“età dell’abbondanza” del passato, il successo dipenderà quindi sempre più dalla capacità di costruire vantaggi competitivi distintivi e replicabili nella creazione di valore. E è proprio in questa prospettiva che non smetterà di procede anche il consolidamento in atto da diversi anni, con i player più grandi che troveranno sempre più conveniente acquisire realtà minori per crescere geograficamente o a livello settoriale.
Secondo il report di Peregrine Communications, il 73% dei wealth manager e private bank mostra una presenza visibile negli alternativi. Ma solo il 40% dispone di una sezione dedicata online. La distanza tra capacità d’investimento e abilità di raccontarla rischia di diventare un nuovo fattore competitivo
Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Secondo le stime di Neuberger Berman, l’88% prevede di investire entro cinque anni. In testa private equity e infrastrutture. A far da traino è la domanda di diversificazione. La conoscenza degli ELTIF sale al 74%. Gli italiani preferiscono i fondi draw-down
Uno studio mostra che l’apertura al retail può spingere i fondi alternativi a puntare su società meno mature e a mantenerle per un tempo maggiore in portafoglio, con effetti positivi anche sui risultati. Ma serve che i nuovi investitori abbiano un approccio paziente. In caso contrario, si rischia una pressione verso exit premature
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Nel secondo semestre il nuovo indice messo a punto dalla società per saggiare il polso degli investitori resta ben sopra la soglia neutrale, pur arretrando dai 60,1 punti del primo semestre. Condizioni di finanziamento favorevoli ai lender e impegni istituzionali resilienti fanno da traino. Stabile la qualità del credito
Una survey di KKR rileva un interesse crescente tra i clienti con almeno 500mila dollari di asset. Ma il 42% indica la mancanza di informazioni come principale barriera. Per il 53% il confronto in presenza con il consulente resta il canale preferito per orientarsi
Per S&P, la scarsa attività di exit sta portando a una biforcazione strutturale del settore. I grandi operatori continuano a crescere, mentre sui piccoli aumenta la pressione. E all’orizzonte c’è una nuova fase di consolidamento
Normativa europea, prodotti semiliquidi e una base di risparmio solida rendono il Belpaese un mercato ad alto potenziale per gli alternativi. Ma aprire le porte agli investitori retail non basta
Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato