Fed, i gestori vedono un rialzo “di credibilità”
I mercati scommettono su una stretta di 25 punti base. E per gli asset manager, il dot plot segnalerà un orientamento verso tassi più alti. Le conseguenze per gli investitori
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“La tregua e finita”. Con queste parole, pronunciate nel corso del vertice Nato di Ankara e seguite dalla ripresa delle ostilità nei confronti dell’Iran, il presidente USA Donald Trump ha gettato di nuovo i mercati nello scompiglio. Il barile è schizzato al rialzo e ha toccato il massimo delle ultime due settimane, mentre sui listini europei e americani hanno prevalso le vendite. Un riaccendersi delle tensioni che i gestori ritengono non possa cambiare radicalmente le prospettive, con il greggio che a meno di un mese dalla firma del memorandum di intesa tra Washington e Teheran è già tornato ai livelli prebellici e con gli operatori che hanno accumulato ingenti posizioni corte sui futures scommettendo su un ulteriore calo. Tutto, però, dipenderà dall’evoluzione di questa nuova escalation.
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L’offensiva degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica è ripresa nella notte tra martedì 8 e mercoledì 9 luglio, dopo che le forze militari iraniane hanno attaccato tre navi mercantili in transito lungo le acque dello Stretto di Hormuz, e ha già colpito oltre 80 obiettivi. Trump, che ha subito reintrodotto le sanzioni sul settore petrolifero di Teheran, ha avvisato che non si fermerà ed è tornato a parlare di blocco navale dello passaggio marittimo da cui transita quasi un quarto dei flussi globali di greggio. “Codardi” e “traditori” le parole scelte dal tycoon per definire i rivali.

“Le rinnovate tensioni tra USA e Iran stanno alimentando i timori di possibili interruzioni delle forniture dal Medio Oriente”, analizza da Cassa Lombarda il responsabile Active Advice e Products Management Alberto Brioschi, che sottolinea come l’effetto immediato sia stato un aumento del premio per il rischio geopolitico. “Gli investitori stanno progressivamente incorporando nei prezzi la possibilità di nuove interruzioni dell’offerta globale”, spiega. Per l’esperto, l’energia rimane quindi il principale fattore da monitorare e lo Stretto di Hormuz il punto più sensibile. “Ogni incremento delle tensioni tende a tradursi in un aumento del premio per il rischio geopolitico incorporato nei prezzi degli idrocarburi”, chiarisce, “mentre gli asset più rischiosi sono stati penalizzati sono penalizzati”. Poi precisa: “Gli investitori tendono ad affrontare fasi come queste attraverso acquisti di futures sul barile”.
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Per Elliot Hentov, chief Macro Policy strategist di State Street Investment Management, la nuova crisi in Medio Oriente non dovrebbe modificare in modo sostanziale le prospettive di mercato. “Da aprile sono emerse poche nuove informazioni in termini di propensione al conflitto delle rispettive parti e di potenziale per il dominio dell’escalation”, fa infatti notare. In sostanza, per l’esperto, nessuna delle due parti sta cercando una piena ripresa delle ostilità ed è quindi è probabile che le schermaglie finiscano per attenuarsi. “I nostri scenari di primavera avevano ipotizzato un prezzo del Brent vicino agli 80 dollari fino a fine anno per riflettere il premio per il rischio residuo incorporato in qualsiasi cessate il fuoco”, prosegue. Secondo Hentov, gli investitori hanno rapidamente incassato questo dividendo della pace dopo la firma del memorandum ma ci sono pochi motivi per ritenere che i mercati petroliferi torneranno a essere guidati esclusivamente dalle dinamiche di domanda e offerta. Pertanto, avverte, “l’incertezza geopolitica dovrebbe mantenere una soglia minima più elevata per i prezzi del petrolio nei prossimi mesi”.
Intanto, nell’aggiornamento del suo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha avvertito che le scorte di greggio sono ormai vicine ai livelli critici e che una nuova escalation del conflitto in Medio Oriente rischia di causare un rallentamento della crescita e di aggravare le pressioni inflazionistiche. “Il modesto aumento dei prezzi del petrolio e il loro impatto contenuto sull’attività economica sono dovuti al rilascio dei barili accantonati”, si legge nel documento, “ma questi stock si stanno avvicinando ai minimi da anni e rischiano di toccare livelli problematici qualora le interruzioni dell’approvvigionamento dovessero persistere”.
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Mentre tutti sono concentrati su Hormuz, Banque Lombard Odier invita a guardare anche alla Cina. Secondo Robin Haworth, equity research analyst energy sector della società, la domanda da Pechino contribuirà infatti a determinare l’andamento del barile nel corso dell’estate. Il ritorno della capacità produttiva, a suo parere, renderà con tutta probabilità l’offerta superiore alla domanda e la ricostituzione delle riserve strategiche da parte dei Paesi dovrebbe contribuire a sostenere i prezzi. “L’utilizzo dello Stretto da parte dell’Iran come strumento di pressione geopolitica accelererà gli sforzi globali per diversificare le fonti di approvvigionamento”, sostiene, “mentre un’Opec più debole potrebbe alimentare maggiore volatilità del barile negli anni a venire”.
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