Osservatorio Moneyfarm: sono soprattutto uomini tra i 40 e i 59 anni. Tra le giovani donne il tasso di adesione crolla al 17%. Limitata (22%) anche la pratica di destinare il TFR ai fondi pensione
Mentre dal sistema pensionistico italiano continuano ad arrivare preoccupanti segnali di squilibrio, i lavoratori che investono in previdenza integrativa restano un’esigua minoranza: appena uno su quattro. Una quota allarmante che crolla al 17% tra le giovani donne, già penalizzate dal gender gap retributivo. È quanto rileva l’ultimo Osservatorio pensioni di Moneyfarm, secondo cui limitata resta anche la pratica di destinare il TFR ai fondi pensione.
Nei giorni in cui si sta delineando il testo della Legge di Bilancio 2025, e si accendono i riflettori su iniziative che possano supportare la previdenza complementare, gli analisti Moneyfarm rinnovano l’allarme sulla tenuta dei conti previdenziali. Attualmente, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il rapporto tra spesa pensionistica e PIL (uno degli indici con cui si misura la sostenibilità del welfare pubblico) è infatti pari al 15,6% e si stima che salirà al 17% nell’arco di soli quindici anni. Colpa della crisi demografica che ha portato il numero di nuove pensioni liquidate nel corso del 2023 a superare di gran lunga quello delle nascite, arrivate a segnare un altro record negativo (379.339 neonati contro 519.879 neopensionati). In Italia si fanno insomma meno figli, si inizia a lavorare più tardi e si vive sempre più a lungo: una combinazione di fattori che minaccia il patto intergenerazionale su cui si fonda l’intero sistema previdenziale pubblico. Mai come in questo momento, commenta dunque l’Osservatorio, si dovrebbe far strada la consapevolezza dell’importanza di aderire al secondo pilastro. Eppure, secondo le stime di Moneyfarm, solo un cittadino su quattro di età compresa tra i 30 e i 59 anni sta oggi investendo in tal senso.
Il 74% degli occupati non ha aderito
Degli oltre 24,2 milioni di cittadini nati tra il 1965 e il 1994, pari al 41% della popolazione italiana, quelli che hanno un fondo pensione sono solamente il 26%. Il restante 74% è occupato senza uno strumento oppure inoccupato. E bisogna considerare che una parte del 26% ad aver aderito potrebbe essere costituita dai cosiddetti contribuenti silenti, cioè coloro che non effettuano versamenti (secondo l’ultima relazione Covip, sono quasi il 28% degli iscritti). Anche l’uso del Trattamento di fine rapporto è limitato: dal 2007 al 2023, solamente il 22% di tutto il TFR maturato è stato destinato ai fondi pensione. Il resto è rimasto nelle aziende o nel Fondo di Tesoreria dell’Inps, che raccoglie quelli delle aziende con più di cinquanta dipendenti.
Uomo tra i 40 e i 59 anni: l’identikit di chi investe
Il tasso più elevato di adesione alla previdenza integrativa si riscontra tra gli uomini di età compresa tra i 40 e i 59 anni, circa un terzo dei quali ha sottoscritto un fondo pensione (33,5% contro il 21% delle coetanee). All’opposto, la situazione più critica è quella delle giovani donne tra i 30 e i 39 anni: qui la quota crolla al 17%, contro il 27% dei coetanei. Il motivo è da ricondurre non soltanto al fatto che le lavoratrici aderiscono meno degli uomini ai fondi pensione (27% vs 33%) ma soprattutto ai 17 punti di tasso di occupazione che le separano dai loro coetanei. Nel complesso, questo gruppo ha infatti un tasso di occupazione medio del 63% circa contro l’83% degli uomini: divario che si riflette anche sulla pensione integrativa.
Previdenza al femminile: è allarme
L’Osservatorio sottolinea che quello della previdenza al femminile è un quadro tutt’altro che ‘rosa’. Soprattutto se si considera che, a partire dai 50 anni, il tasso di occupazione continua a calare al crescere dell’età e arriva a sfiorare il 48% per la popolazione tra i 55 e i 64 anni (contro il 69% dei coetanei). Spesso, pur potendo beneficiare del requisito di pensione anticipata inferiore di un anno (41 anni e 10 mesi vs 42 anni e 10 mesi per gli uomini), le donne non hanno dunque la continuità lavorativa necessaria per accedere a quella per anzianità contributiva. Se poi si considera che l’età media di uscita (oggi pari a 64,2 anni) è destinata a salire ulteriormente in futuro, per via dell’aggiornamento dei requisiti pensionistici per l’aumento dell’attesa di vita, la situazione appare ancora più critica per tutte le cittadine appena entrate nel mondo del lavoro.
Per quanto il ‘tasso di sostituzione netto’ non sia significativamente diverso tra donne e uomini (dal 59%-65% in uno scenario prudenziale e fino al 70-80% delle carriere più lunghe e continuative), sono proprio la continuità lavorativa e il divario retributivo di genere a giocare a svantaggio delle lavoratrici. Secondo l’edizione 2023 dell’Osservatorio Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato, la retribuzione media annua maschile è infatti pari a 26.227 euro contro i 18.305 di quella femminile, con una differenza di quasi 8mila euro annui che si traduce inevitabilmente in un assegno più basso per le pensionate. E infatti, sempre stando all’istituto previdenziale, nel 2023 l’assegno medio era pari a 1.750 euro lordi per gli uomini e a 1.069 euro lordi per le donne: si tratta, rispettivamente, di circa 1.430 e 947 euro netti.
Oltre 6 milioni di addetti versano una media di 2.004 euro annui
Sempre secondo le stime di Moneyfarm, attualmente sono quindi oltre 6 milioni di lavoratori tra i 30 e i 59 anni che hanno già sottoscritto una qualche forma di previdenza integrativa, versando una media di 2.004 euro annui, con valori compresi tra i 1.700 euro delle trentenni e i 2.700 euro dei cinquantenni. Considerando tale versamento medio fino all’età di 67 anni e un maturato medio stimabile in 20.250 euro, la rendita integrativa netta stimata che ci si può attendere da un fondo pensione bilanciato è di circa 295 euro al mese, con valori compresi tra i 231 euro delle cinquantenni e i 350 euro dei trentenni. Fermo restando che la tempestività con cui si comincia a creare la propria pensione di scorta rappresenta una variabile chiave.
Andrea Rocchetti, global head of Investment Advisory di Moneyfarm
“L’industria del risparmio è chiamata a svolgere un ruolo attivo di informazione e consulenza, sottolineando l’importanza di agire subito sfruttando il fattore tempo, vantaggi come la deducibilità fiscale dei versamenti e anche l’opportunità di conferire il TFR in un fondo pensione”, commenta Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm. Che ricorda come “cominciare da subito a investire in una qualche forma di previdenza complementare consente di affrontare più serenamente il proprio futuro, senza essere costretti a modificare il proprio tenore di vita una volta usciti dal mondo del lavoro”.
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