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Il progetto presentato con Arel prevede un contributo pubblico di 10 euro al mese fino ai 18 anni, da investire direttamente nei fondi pensione. Gota: “I contributi devono confluire fin dall‘origine nella previdenza complementare”
La previdenza complementare può cominciare ancora prima dell‘ingresso nel mondo del lavoro. Con un contributo pubblico di 10 euro al mese per ogni nuovo nato, da versare per 18 anni e investire fin dall‘origine in un fondo pensione. È la proposta dei Conti di Investimento Previdenziale (CIP), presentata da Assogestioni il 4 novembre a Palazzo Clerici, a Milano, durante l‘evento “Previdenza dalla culla”. Un progetto approfondito sul piano tecnico da Arel che punta ad ampliare la partecipazione al secondo pilastro e a fare dell‘accumulazione di lungo periodo anche uno strumento di educazione finanziaria.
La proposta arriva mentre il Governo ha portato il sostegno previdenziale ai nuovi nati al centro del confronto sulla manovra 2027. L‘Associazione accoglie favorevolmente l‘iniziativa, ma indica una condizione precisa: le risorse pubbliche dovrebbero essere investite immediatamente nella previdenza complementare, anziché rimanere in un conto di risparmio da convertire soltanto alla maggiore età.
“Il Governo ha colto un‘esigenza fondamentale: la sicurezza finanziaria delle nuove generazioni va costruita fin dalla nascita”, afferma Maria Luisa Gota, presidente di Assogestioni. “Pur in attesa di conoscere maggiori dettagli, rispetto all‘impostazione finora prospettata la nostra posizione è netta: i contributi devono confluire fin dall‘origine nella previdenza complementare”.
Come funzionerebbero i CIP
Nel modello studiato da Assogestioni e Arel, il contributo statale sarebbe versato ogni mese dalla nascita fino ai 18 anni, per un totale di 2.160 euro di contributi pubblici per beneficiario, cui si aggiungerebbero eventuali rendimenti. Spetterebbe ai genitori aprire una posizione individuale presso un fondo pensione già operativo e iscritto all‘albo COVIP. L‘utilizzo dell‘infrastruttura esistente eviterebbe di creare un sistema separato e consentirebbe una gestione professionale del capitale.
Le somme sarebbero investite secondo percorsi life-cycle, con un‘esposizione al rischio calibrata sull‘età e destinata a ridursi progressivamente nel tempo, oppure nei comparti a maggiore componente azionaria previsti dal fondo. Accanto al contributo pubblico, i familiari potrebbero effettuare versamenti volontari, anche di modesta entità. Per incentivarli, la proposta contempla una deducibilità fiscale aggiuntiva, il cui ammontare resterebbe da definire in sede normativa.
L‘obiettivo non è soltanto aumentare il capitale accumulato. La possibilità di seguire l‘andamento della posizione e alimentarla nel tempo darebbe ai nuclei familiari un‘esperienza concreta di pianificazione, diversificazione e gestione del rischio. In un Paese segnato da denatalità, crescente longevità e carriere discontinue, il fattore decisivo è iniziare presto, sfruttando un orizzonte che può estendersi per decenni.
Il tempo come leva previdenziale e produttiva
“Quello che proponiamo è un meccanismo a forte impatto, ma con un impiego limitato di risorse pubbliche”, sottolinea Fabrizio Pagani di Arel, già capo della Segreteria tecnica del MEF. Lo studio presenta simulazioni nelle quali l‘investimento di lungo periodo, sostenuto dall‘interesse composto e da un approccio coerente con il ciclo di vita, può produrre, secondo le ipotesi adottate, capitali anche nell‘ordine di diverse centinaia di migliaia di euro al termine della carriera lavorativa. Si tratta di scenari ipotetici, non di risultati garantiti: il patrimonio finale dipenderebbe dai rendimenti e dagli eventuali versamenti aggiuntivi delle famiglie.
La proposta si inserisce nel percorso di rafforzamento della previdenza complementare avviato con la Legge di Bilancio 2026. “Il salto di prospettiva è proprio questo: fare della previdenza integrativa non soltanto una risposta ai bisogni di domani, ma una leva di inclusione e sviluppo per il Paese”, osserva Gota.
L‘iniziativa guarda infatti anche oltre la posizione del singolo risparmiatore. Una maggiore partecipazione ai fondi pensione rafforzerebbe la capacità degli investitori istituzionali di mobilitare capitali pazienti verso le imprese e l‘economia reale. È un obiettivo che si ritrova, su un piano differente, anche nella recente proposta interassociativa sui conti di risparmio e investimento (SIA): creare condizioni perché una quota maggiore della ricchezza privata possa diventare investimento produttivo di medio e lungo periodo. In questo caso, il primo passo arriverebbe addirittura dalla nascita.
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