Dal ‘Fund Family Digest: Europe in 2024’, lo studio di Morningstar che analizza i maggiori gestori per fondi aperti e ETF nel Vecchio Continente, una fotografia dei player tricolore. Stabilità e sostenibilità tra i punti di forza, ma la distribuzione è ancora un ostacolo. Costi e performance gli aspetti sui cui lavorare
Sono sette le società italiane che figurano nel rapporto di Morningstar sui 100 maggiori asset manager in Europa per masse in fondi aperti e ETF, il cosiddetto Fund Family Digest: Europe in 2024. La ricerca, che vuole fornire agli investitori uno strumento per valutare e confrontare i maggiori player del settore attraverso l’analisi di dati e rating sulle rispettive line-up di fondi, mostra infatti alcuni dati incoraggianti e perfino postivi ma soprattutto ampi margini di miglioramento. Se gli italiani sanno risparmiare, è però lecito domandarsi quanto sappiano investire.
Non è raro vedere rimarcate le virtù finanziarie delle famiglie tricolore, che nel complesso tendono ad avere un basso livello di indebitamento e uno stock di capitale relativamente anche se spesso lasciato a giacere nei conti correnti. Proprio questa capacità di risparmio può rappresentare una risorsa importante per l’industria locale. In effetti, le SGR italiane possono contare su una massa critica sufficiente a competere nel panorama europeo, offrendo una gamma di fondi diversificata e mostrando una limitata concentrazione di asset nei maggiori comparti gestiti. I numeri dello studio evidenziano per gli attori locali altri dati positivi su alcune variabili importanti. Ad esempio, si registra una bassa rotazione dei gestori responsabili: alcune società vantano oltre il 90% di fondi con una gestione continua nei cinque anni fino ad agosto 2024 – anche se sul fronte dell’informativa, troppo spesso non vengono identificati i nomi dei gestori responsabili. In materia di sostenibilità, i player tricolore fanno infine generalmente un buon lavoro nel gestire i rischi ESG, con almeno un terzo dei rispettivi comparti che guadagnano 4 o 5 globi del Morningstar Sustainability Rating.
Fonte: “Fund Family Digest: Europe in 2024”. Dati al 31 agosto 2024.
Pochi passivi e molti ‘captive’
Tra le principali SGR italiane mancano tuttavia forti operatori indipendenti. Quasi tutte continuano invece ad avere legami con realtà bancarie (condizione comunque simile ad altri Paesi dell’eurozona, come la Spagna). Queste relazioni permettono di avere un canale privilegiato di distribuzione dei propri prodotti di risparmio gestito. Eppure, se da un lato la dinamica promette maggiore stabilità finanziaria, un’eccessiva dipendenza da essa può atrofizzarne i muscoli e ostacolare lo sviluppo di realtà più competitive oltreché creare potenziali conflitti di interesse regolati più severamente in altri Paesi. Non è un caso che, mentre gli asset manager stranieri trovano spesso terreno fertile in Italia, risulta più difficile vedere una SGR italiana raccogliere quote di mercato nei mercati esteri. La strategia di elevata diversificazione della gamma prodotti è un’altra arma a doppio taglio. Se questa condizione permette di soddisfare esigenze diverse, può anche rendere potenzialmente più complicata una specializzazione che focalizzi le risorse e conduca a maggiori economie di scala. Il principio del farsi “ogni cosa a tutti” non è sempre vincente nel mondo del risparmio gestito. Oltre ad offrire un assortimento di fondi imponente, in media la composizione cambia anche frequentemente per quanto riguarda le case italiane. I dati sulla rotazione delle rispettive gamme di fondi, cioè il numero relativo di strategie lanciate o “decedute” (per fusione o liquidazione) negli ultimi cinque anni, sono significativi, con diverse società che hanno un tasso di mortalità superiore al 50%.
Questi numeri riflettono in parte una dinamica ben definita, il forte utilizzo di fondi a scadenza predefinita. Infine, un altro punto di criticità è la quasi totale assenza delle SGR italiane nei mercati in maggiore crescita: quelli della gestione passiva e degli ETF (sebbene Fineco e Fideuram abbiano una presenza marginale in quest’ultimo segmento). I gestori italiani hanno così per lo più lasciato che altri intercettassero la domanda di gestione passiva low cost.
Alti costi incidono sulle performance
Praticamente tutte queste ed altre variabili concorrono a spiegare il perché soltanto una minima parte delle masse in gestione riceve rating positivi, laddove i giudizi sulle stesse parent company italiane tendono ad essere inferiori ai concorrenti. I rating sono mediamente bassi anche per effetto degli elevati costi di gestione, che continuano a essere uno dei fattori più penalizzanti. Così, troppi comparti faticano a produrre rendimenti soddisfacenti.
Secondo il report di Peregrine Communications, il 73% dei wealth manager e private bank mostra una presenza visibile negli alternativi. Ma solo il 40% dispone di una sezione dedicata online. La distanza tra capacità d’investimento e abilità di raccontarla rischia di diventare un nuovo fattore competitivo
La società vede nel boom delle emissioni degli hyperscaler un possibile cambio di paradigma per il reddito fisso: mentre le aziende tech finanziano investimenti destinati a generare ricavi, i governi affrontano fabbisogni crescenti legati soprattutto alla spesa corrente
Una ricerca di Morningstar mostra che i veicoli di investimento basati sui criteri religiosi stanno prendendo piede. Dalle masse globali ai nuovi lanci, ecco tutti i numeri del comparto e perché potrebbe smettere di essere una nicchia. Ma per il salto definitivo servono educazione finanziaria, differenziazione e trasparenza
Secondo Northern Trust, il 69% dei gestori con masse fino a 500 miliardi di dollari prevede di trasferire attività in altre sedi nei prossimi due anni: erano solo il 6% nel 2024. Intanto arretrano consolidamento dei sistemi e investimenti tecnologici
Itinerari Previdenziali: vale il 48% del Pil. E i rendimenti si confermano positivi. Nel 2025 la previdenza complementare ha raggiunto quota 262 miliardi: "Ampi margini di crescita, anche grazie alle novità normative”
Uno studio di Morningstar propone un framework per capire quando la crescita delle masse gestite rischia di compromettere il processo di investimento. Dalla liquidità al comportamento del gestore, nessun indicatore è decisivo da solo: è la convergenza di più segnali a rivelare se il successo stia iniziando a trasformarsi in limite
L’ultima ricerca di LFG+Zest individua il principale paradosso del boom: per preservare i rendimenti gli hyperscaler dovranno rallentare il capex, rischiando però di frenare la crescita dei principali beneficiari della corsa all’intelligenza artificiale
Flussi record, crescita degli strumenti attivi e continua innovazione stanno ridisegnando l’industria. Con i replicanti che ampliano il proprio raggio d’azione e conquistano spazi un tempo riservati alle soluzioni tradizionali. Un trend che rende necessario chiedersi se questa struttura sia destinata a imporsi come il nuovo standard
Osservatorio Ecm di Irtop Consulting: ricavi a +12%. Fondamentali solidi, ma cala il numero di Ipo. Arca e Algebris tra gli investitori più attivi. Lambiase: “La Siu, il rafforzamento della previdenza complementare e la riforma del Tuf e dei Pir aprono una nuova fase”
Il nuovo Private Capital Index di State Street segnala la miglior performance dal 2022 per il settore: + 23,27%. Tech e healthcare fanno da traino, mentre l’Europa batte gli USA. Ma resta difficile il contesto per la raccolta, con flussi ai minimi e investitori più selettivi
L'offerta del Vecchio Continente si amplia a ritmo sostenuto. Merito dell’espansione delle strategie attive, dei prodotti multi-asset e delle nuove asset class. Ma anche nell’universo della gestione passiva emergono differenze sempre più rilevanti che rendono decisiva la scelta dello strumento
Iscriviti per ricevere gratis il magazine FocusRisparmio