Fida ha analizzato i prodotti della categoria venduti ai clienti retail in Italia. La gestione attiva vince sul lungo periodo. Tra gli ETF, il focus settoriale è fonte di oscillazioni. E occhio alle correlazioni con il mercato
Mentre la Cop29 di Baku entra nel vivo, la transizione ecologica rafforza la sua presenza nei portafogli degli investitori. La conferma arriva anche dal Forum per la Finanza Sostenibile, che di recente ha evidenziato come la quota di chi include i criteri ESG nelle decisioni di allocazione abbia raggiunto quote da record anche presso i player istituzionali: l’80% tra i piani previdenziale, il 99% tra le compagnie assicurative il 75% tra le fondazioni bancarie. Muovendo da queste premesse, la redazione di FocusRisparmio ha passato in rassegna i prodotti incentrati su energie alternative nell’ottica di individuare indicazioni utili ad affrontare il nuovo contesto.
A circoscrivere l’universo d’osservazione è stata Fida (Finanza Dati Analisi), azienda di sviluppo applicazioni software per i servizi finanziari e di analisi dati nel risparmio gestito, che ha passato in rassegna gli andamenti realizzati fino al 18 novembre 2024 dai prodotti della categoria. Un’iniziativa condotta con l’ausilio degli indici proprietari FIDA FEI e FIDAFFI, che offrono una panoramica proprio sulle performance dei fondi e degli ETF specializzati sia nell’energia tradizionale sia nelle energie alternative.
Fondi attivi più redditizi sul lungo periodo
Monica Zerbinati, financial analyst di Fida
In generale, dai dati analizzati emerge che la performance annuale di molti prodotti attivi legati alle energie pulite mostra andamenti contrastanti. Fondi come RobecoSAM Smart Energy Equities e Pictet-Clean Energy Transition, ad esempio, si sono distinti per rendimenti rispettivamente del 25% e 18% ma hanno anche sperimentato una volatilità superiore al 22%. Secondo Monica Zerbinati, financial analyst di FIDA, si tratta di una correlazione che suggerisce come investire in settori ad alta crescita comporti rischi superiori. “Anche se offrono molte opportunità di guadagno grazie alla transizione verde”, spiega l’esperta, “strumenti simili sono anche soggetti a forti oscillazioni a causa della natura emergente e delle incertezze legate alle politiche energetiche globali”. Informazioni aggiuntive si possono comunque trarre da FFI e FEI, i due indici proprietari della società di analisi. Il confronto tra le metriche evidenzia infatti come i fondi siano capaci di restituire un rendimento più solido e meno volatile nel lungo periodo proprio grazie alla gestione attiva e alla selezione più mirata degli asset.
Il rating di sostenibilità paga. Un focus specifico no
Altro fenomeno interessante è la correlazione tra il FIDArating ESG e la performance dei diversi veicoli. Fondi con un alto giudizio di sostenibilità da parte della società, come gli art. 9 secondo la Sfdr, tendono infatti a mostrare risultati migliori rispetto a quelli dalla valutazione inferiore o non specificata. Il caso di Anima Net Zero Corporate calza a pennello e suggerisce a Zerbinati che l’integrazione di criteri etici nelle strategie di investimento non solo risponde a una crescente domanda di responsabilità ma può anche portare a una “gestione più attenta dei rischi e a una maggiore resilienza del fondo”. Un secondo fattore che può influenzare il rendimento è il focus su tecnologie specifiche: lo dimostrano i numeri di Raiffeisen Azionario SmartEnergy ESG, che ha registrato una performance inferiore rispetto ai fondi con identica valutazione (-9,63%) proprio in scia alla specializzazione sull’idrogeno e le energie solari. Se dunque lo spaccato offerto dimostra come il ricorso ai fattori ESG stia diventando una strategia vincente per gli investitori, Zerbinati non può non rimarcare come la gestione della volatilità e la capacità di adattarsi alle dinamiche di mercato restino essenziali nell’ottica di ottimizzare guadagni.
Gestione passiva ad alta performance e … volatilità
Per quanto riguarda gli strumenti a gestione passiva, Fida mostra che settori come l’idrogeno o il solare sono caratterizzati da performance e volatilità marcate: un accoppiata figlia dei fattori macroeconomici, politici e tecnologici che influenzano questo mercato. “I rendimenti 2024 vedono una serie di fluttuazioni negative”, osserva Zerbinati, “con Global X Hydrogen che ha perso il 34% e Invesco Solar Energy in rosso del 31%”. “A determinare questi risultati sono l’instabilità dei prezzi delle materie prime energetiche e l’influenza delle politiche governative sui settori delle rinnovabili ma anche la crescita delle tecnologie emergenti”, precisa. Non solo. Secondo l’esperta, risultati simili si registrano anche per orizzonti temporali più lunghi: l’Invesco Hydrogen Economy, ad esempio, ha mostrato una volatilità del 35% sui tre anni e segnato uno dei rendimenti più elevati in termini di rischio. Un altro segnale di come i settori legati a queste fonti siano più vulnerabili rispetto ad altre o a veicoli che puntano sulle energie pulite in via generale.
Ma attenzione alle correlazioni
L’analisi delle correlazioni con l’andamento del mercato più ampio suggerisce anche un’interdipendenza tra i vari segmenti del comparto. “Sebbene i prodotti legati all’idrogeno abbiano registrato performance negative significative, come il -27% realizzato nel 2024 dal VanEck Hydrogen Economy, altri strumenti legati all’energia eolica e solare mostrano una correlazione positiva con il mercato globale dell’energia alternativa ma con volatilità e rischi maggiori”, sostiene Zerbinati, citando il -16% di Global X Renewable Energy Producers. Lo stesso vale rispetto agli indici, come l’S&P 500 Clean Energy Index, con il tema che si mostra influenzato da tendenze simili a quelle degli investimenti in senso lato. “L’ETF Global X Solar ha ad esempio visto una diminuzione di circa il 17% rispetto ai rendimenti globali di energia solare”, nota l’esperta, spiegando come questo potrebbe riflettere l’eccessivo ottimismo che ha caratterizzato il settore negli anni precedenti, seguito da una fase di correzione.
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