Midterm Usa, dallo stallo all’onda blu: le ripercussioni secondo i gestori
Secondo gli asset manager, per i mercati contano più utili e inflazione delle urne. Ma l’impatto si farà comunque sentire, soprattutto su tech, sanità, dollaro e rendimenti
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L’appuntamento con le elezioni di metà mandato negli USA è il 3 novembre, ma gli effetti nei portafogli italiani sono già visibili. Quasi un investitore retail su due (47%) ha infatti deciso di rivedere la propria asset allocation in previsione del voto a stelle e strisce, con l’8% che ha già agito, il 18% che lo farà prima dell’apertura delle urne e il 21% che attenderà i risultati. Il trend emerge dall’ultima indagine di etoro, stando alla quale non c’è però una direzione comune: tra chi si muove, infatti, il 31% sta comprando più azioni mentre il 29% le sta vendendo. Tale equilibrio, secondo Gabriel Debach, market analyst della piattaforma per l’Italia, indica un mercato che “si sta preparando a scenari politici ed economici differenti, piuttosto che scommettere su un unico esito elettorale”.
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Il sondaggio, condotto tra mille piccoli investitori del nostro Paese, mostra un netto divario generazionale. I più attivi sono infatti i giovani: tra la Gen Z, il 68% ha già modificatoo prevede di riposizionare il portafoglio, più del doppio del 31% registrato tra i baby boomer.
Quanto all’esito del voto, i possibili scenari restano sfumati. Un Congresso diviso, spiega Debach, “potrebbe rappresentare un fattore favorevole per i mercati azionari, limitando la possibilità di interventi legislativi radicali e riducendo l’incertezza sulla politica fiscale americana”. Tuttavia, lo stallo non è sinonimo di stabilità: “Trump potrebbe comunque intensificare la propria agenda commerciale”, osserva. Sul fronte opposto, una vittoria repubblicana in entrambe le Camere potrebbe, secondo l’analista, “riaccendere le aspettative di tagli fiscali e deregolamentazione, favorendo alcuni settori ma alimentando nuove preoccupazioni sul debito pubblico e sui rendimenti dei Treasury”.
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Anche guardando ai vari settori, le reazioni rischiano di essere meno prevedibili di quanto suggeriscano le tradizionali distinzioni politiche. Per Debach, un Congresso diviso potrebbe favorire utility e immobiliare se contribuisse a contenere i rendimenti obbligazionari, mentre ulteriori deregolamentazioni repubblicane potrebbero sostenere banche ed energia. La variabile decisiva, rimarca, resta il costo del capitale: “Con un deficit federale vicino ai 2.000 miliardi di dollari, nuovi stimoli fiscali potrebbero sostenere gli utili ma anche spingere al rialzo i rendimenti dei Treasury, comprimendo i multipli azionari”. Viceversa, un governo spaccato potrebbe complicare le trattative su bilancio e tetto del debito, aumentando l’incertezza fiscale. “Più dei dazi, già al centro dell’attenzione, è la sostenibilità del debito americano a poter riservare le sorprese maggiori”, mette in guardia l’analista.
Proprio su questo fronte, il fattore tempo torna a pesare: il 21% che attende l’esito delle urne si prepara a un passaggio che, per Debach, sarà il vero banco di prova. “La reazione iniziale dei mercati potrebbe essere guidata dal sollievo o dalla delusione, ma la direzione di lungo periodo delle Borse americane dipenderà soprattutto dagli utili societari, dai tassi di interesse e dall’andamento del dollaro”, sottolinea. Avvertendo che le elezioni potrebbero creare opportunità, ma il rischio maggiore è “confondere un rally politico di breve periodo con un miglioramento duraturo dei fondamentali di mercato”.
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