Midterm Usa, dallo stallo all’onda blu: le ripercussioni secondo i gestori
Secondo gli asset manager, per i mercati contano più utili e inflazione delle urne. Ma l’impatto si farà comunque sentire, soprattutto su tech, sanità, dollaro e rendimenti
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A meno di una settimana dalle elezioni di Midterm, la Federal Reserve ha scelto di non toccare i tassi di interesse, dopo il primo rialzo in tre anni annunciato il mese scorso. La decisione era ampiamente attesa dal mercato, ma stavolta non è stata unanime: la governatrice Lisa Cook e la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack hanno votato contro, preferendo un nuovo aumento di 25 punti base. Il comunicato finale ha comunque assunto un tono più restrittivo, riconoscendo la robustezza dell’attività economica (che passa da “solida” a “forte”) e l’elevato livello del carovita. “L’inflazione è troppo alta”, ha sottolineato il presidente Kevin Warsh in conferenza stampa, assicurando che il Fomc resta concentrato sulla “stabilità dei prezzi” nonostante la pausa. Per i gestori, l’istituto centrale americano ha solo preso tempo e un aumento a dicembre appare lo scenario più probabile. Quanto a ciò che sarà nel 2027 quando, come appena annunciato, i meeting di politica monetaria verranno ridotti da otto a sette (per poi calare a sei nel 2028), le previsioni si dividono tra chi paventa un ulteriore inasprimento e chi vede la fine del ciclo.
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Per Kay Haigh, global head and cio of Fixed Income & Liquidity Solutions di Goldman Sachs Asset Management, il Fomc riprenderà ad aumentare i tassi a dicembre. “Il dato positivo dell’indice dei prezzi al consumo di settembre conferma che permangono rischi di un aumento dell’inflazione e la Fed probabilmente cercherà di adottare ulteriori misure precauzionali”, osserva. Non solo: sebbene il dot-plot del mese scorso suggerisca un solo ulteriore rialzo, secondo l’esperto, un nuovo rincaro dell’energia o ulteriori dati positivi potrebbero portare a un ulteriore inasprimento nel corso del prossimo anno.

Sulla stessa lunghezza d’onda Paolo Zanghieri, senior economist presso Generali Investments. La sua previsione è infatti che l’inflazione core Pce non sia destinata a frenare a breve e probabilmente chiuderà l’anno intorno al 3%. Tutto questo mentre il mercato del lavoro non mostra segnali di indebolimento. “Manteniamo pertanto la nostra previsione di altri due rialzi dei tassi: uno a dicembre e un altro nel primo trimestre del 2027, molto probabilmente a marzo”, afferma. Per l’esperto c’è poi da attendersi progressi più significativi sul fronte della disinflazione nei primi mesi del del nuovo anno, grazie ai quali dovrebbe calare rapidamente la necessità di un ulteriore inasprimento.
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Pur non escludendo un nuovo ritocco prima di Natale, Roger Rueegg, head of Multi Asset Solutions di Swisscanto/Zürcher Kantonalbank, evidenzia invece come, con un mercato dei capitali che ha già contribuito a inasprire le condizioni di finanziamento, non ci sia da attendersi ulteriori misure restrittive. “Nei nostri fondi stiamo già costruendo posizioni in titoli di Stato statunitensi e investendo selettivamente in obbligazioni societarie”, rimarca.

Christian Scherrmann, chief U.S. economist di DWS, si concentra invece sulla conferenza stampa. “Warsh ha ribadito le proprie prospettive positive sull’economia e, ancora una volta, ha coltivato un modus operandi meno reattivo, concentrandosi sulla strategia”, fa notare, sottolineando come tutto questo si accompagni al nuovo calendario di meeting del 2027. “Da una prospettiva tattica, il presidente ha affermato che le condizioni finanziarie non sono restrittive, pur riconoscendo che lo sono più rispetto all’ultima riunione, il che supporta il loro lavoro sull’inflazione”, aggiunge. Precisando come un commento al riguardo fosse orientato agli investimenti in AI, “poiché sembrava dubitare che questi non siano influenzati dai tassi di interesse più elevati”.
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