Midterm Usa, dallo stallo all’onda blu: le ripercussioni secondo i gestori
Secondo gli asset manager, per i mercati contano più utili e inflazione delle urne. Ma l’impatto si farà comunque sentire, soprattutto su tech, sanità, dollaro e rendimenti
4 min
La frenata delle insolvenze globali sarà più lenta del previsto. È lo scenario delineato dall’ultimo report di Allianz Trade, che individua i principali fattori di pressione sui bilanci aziendali nella combinazione di tre elementi: tassi d’interesse elevati, costi energetici persistenti e crescita economica inferiore alle attese. Dopo tre anni consecutivi di aumento, il numero dei casi è infatti stimato in crescita a livello globale del 5% nel 2026 e dell’1% nel 2027. Una dinamica che dovrebbe vedere il suo picco solo nel 2028, quando i casi sono previsti in diminuzione dell’1% rispetto ai livelli elevati del biennio precedente, a dimostrazione di come il contesto geopolitico ancora incerto renda difficile un rapido ritorno alla normalità.
Il quadro italiano appare relativamente più favorevole. Allianz Trade prevede una riduzione delle insolvenze del 2% nel 2026, seguita da un aumento dell’1% nel 2027, fino a circa 12mila casi. La tenuta dell’attività economica, sostenuta anche dai fondi del Next Generation EU, ha contribuito a un andamento migliore delle attese. Nei primi otto mesi dell’anno, i quattro settori che incidono maggiormente sul totale nazionale hanno registrato una diminuzione dei casi: commercio (-6%), costruzioni (-10%), manifattura (-5%) e ospitalità e turismo (-11%). La stabilizzazione prevista per i prossimi anni riflette tuttavia pressioni ancora presenti. L’effetto ritardato dei tassi elevati e una crescita economica moderata continueranno a mettere alla prova le imprese più fragili. L’Italia resta comunque tra i pochi Paesi dell’Europa occidentale con livelli di insolvenza ancora inferiori a quelli precedenti alla pandemia. Secondo Allianz Trade, ha contribuito a questo risultato anche il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, favorendo il ricorso a soluzioni stragiudiziali per gestire le situazioni di difficoltà.
A livello internazionale, il rischio di insolvenza è alimentato da una crescita del PIL mondiale attesa più debole rispetto al periodo 2023-2025, dalle tensioni in Medio Oriente e da un sostegno fiscale limitato. A questo si aggiunge una politica monetaria destinata a mantenere il costo del denaro elevato più a lungo, con conseguenze dirette sulla spesa per interessi e sulla redditività. “Nel 2027, il 60% dei Paesi manterrà tassi ufficiali superiori rispetto ai 12-24 mesi precedenti, incrementando i costi di finanziamento e comprimendo i margini”, spiega Aylin Somersan Coqui, amministratrice delegata di Allianz Trade. Nell’Europa occidentale, un aumento di 100 punti base dei tassi sui prestiti bancari comporterebbe, secondo le stime della società, un aggravio annuo degli oneri finanziari compreso tra 6 e 10 miliardi di euro. Le pressioni sarebbero particolarmente rilevanti per i comparti delle energie rinnovabili, delle telecomunicazioni e dell’energia elettrica. Anche i costi energetici restano un fattore critico, soprattutto per le industrie europee ad alta intensità di consumo. La capacità di trasferire gli aumenti sui prezzi finali e di sostenere il fabbisogno finanziario diventa quindi decisiva per evitare che una fase prolungata di margini ridotti si trasformi in una crisi di liquidità. A complicare il quadro è inoltre l’espansione della platea imprenditoriale: tra il 2021 e il 2025 il numero delle aziende attive è aumentato di circa il 10%. Molte delle nuove imprese, però, presentano una struttura finanziaria fragile. In Europa, meno della metà delle attività appena avviate sopravvive oltre cinque anni.
Le conseguenze si riflettono anche sul mercato del lavoro. Nel 2026 e nel 2027 circa 2,7 milioni di posti saranno direttamente esposti al rischio di insolvenza aziendale, 180mila in più rispetto al 2025 e 700mila in più rispetto al 2023. Le costruzioni, il commercio al dettaglio e i servizi sono i settori maggiormente esposti. L’Europa concentra quasi il 60% dei posti di lavoro a rischio, pari a circa 1,6 milioni, con Francia, Germania e Regno Unito in prima linea. Segue il Nord America, con circa 650mila posti, il 24% del totale. Per entrambe le aree si tratterebbe dei livelli più elevati degli ultimi 13 anni. L’Asia rappresenta invece l’11%, con circa 305mila posti coinvolti.
L’analisi di Allianz Trade su otto economie europee e nove settori non rileva ancora una correlazione sistematica tra adozione dell’intelligenza artificiale e andamento delle insolvenze. I fattori macroeconomici e le condizioni specifiche dei comparti restano i principali determinanti dei fallimenti aziendali. Emergono tuttavia segnali da monitorare nei mercati più piccoli e meno diversificati, dove l’adozione dell’AI potrebbe accelerare il divario tra imprese capaci di integrare rapidamente le nuove tecnologie e concorrenti che restano indietro. In Belgio e Svezia, dove il tasso di adozione dell’AI raggiunge il 35% nel campione analizzato, i settori più digitalizzati registrano anche il maggior numero di insolvenze. Il comparto Information & Communication, con un’adozione del 70%, presenta livelli di insolvenza superiori alla media nazionale in cinque degli otto Paesi considerati. Non si tratta, sottolinea Allianz Trade, di una prova che l’intelligenza artificiale provochi direttamente i fallimenti. Il dato segnala piuttosto che la trasformazione tecnologica può amplificare le differenze competitive e mettere sotto pressione le imprese meno attrezzate, soprattutto quando si combina con condizioni finanziarie restrittive e una domanda debole.
.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.
