Per fondi sovrani e banche centrali, la volatilità è ora uno dei rischi principali. E la costruzione dei portafogli sta cambiando radicalmente. Ecco come: lo studio Invesco
Più strategie attive, il private credit come nuovo strumento di diversificazione e un ritorno alla Cina, grazie al tech, e al reddito fisso, ma con un ruolo diverso. Gli investitori sovrani di tutto il mondo stanno reagendo così al nuovo contesto geopolitico sempre più instabile e all’alta volatilità che sembra destinata a diventare una costante. Lo rivela l’Invesco Global Sovereign Asset Management Study 2025, da cui emerge una revisione sostanziale della costruzione dei portafogli e della gestione del rischio.
Lo studio, che ha sondato 141 professionisti senior degli investimenti di 83 fondi sovrani e 58 banche centrali per un totale di 27mila miliardi di dollari in gestione, mostra come la preoccupazione per un’eccessiva incertezza dei mercati finanziari sia aumentata. Sebbene infattile tensioni geopolitiche (88%) e le pressioni inflazionistiche (64%) siano ancora considerati i principali rischi a breve termine, la volatilità è stata citata dal 59% degli intervistati, contro il 28% del 2024. Quasi il 90% ritiene che la competizione geopolitica sarà un fattore chiave di questa incertezza, mentre l’85% si aspetta che politiche protezionistiche radichino un’inflazione persistente nelle economie sviluppate. Inoltre, per il 62% la deglobalizzazione rappresenta una minaccia concreta ai rendimenti, a conferma di un cambiamento significativo nella narrazione di mercato.
Le strategie attive guadagnano terreno
Ne deriva che una delle principali evoluzioni nella costruzione dell’asset allocation sia il crescente utilizzo di strategie attive. In media, i fondi sovrani mantengono oltre il 70% dei propri portafogli in strategie attive, sia nel reddito fisso che nell’azionario. E il 52% prevede di aumentare l’esposizione attiva sull’azionario nei prossimi due anni, mentre il 47% intende farlo nel reddito fisso. Questo orientamento è particolarmente marcato tra le istituzioni più grandi: il 75% dei fondi sovrani con asset superiori a 100 miliardi di dollari ha adottato strategie azionarie più attive negli ultimi due anni, rispetto al 43% dei colleghi di medie dimensioni e al 36% dei più piccoli. Mentre le strategie passive continuano a garantire efficienza e vantaggi di scala, soprattutto nei mercati pubblici altamente liquidi, gli approcci attivi vengono impiegati per affrontare i rischi legati alla concentrazione negli indici, gestire la dispersione regionale e aumentare la resilienza. Allo stesso tempo, le decisioni di costruzione del portafoglio, come le inclinazioni delle asset class, delle aree geografiche e dei fattori, sono sempre più considerate espressioni fondamentali della gestione attiva.
Rod Ringrow, head of official institutions di Invesco
Tra cambiamenti geopolitici e normalizzazione dei tassi di interesse, molti fondi sovrani si stanno poi orientando verso approcci più dinamici, includendo allocazioni di asset più fluide, una gestione della liquidità potenziata e un maggiore utilizzo di alternativi. In questo contesto, il reddito fisso ha assunto una nuova importanza, diventando la seconda classe di asset più favorita dopo le infrastrutture. Su base netta, il 24% prevede di aumentare l’esposizione all’obbligazionario nei prossimi dodici mesi. Non solo. Il reddito fisso ha anche assunto un ruolo più ampio, fungendo sia da strumento per la gestione della liquidità sia da fonte flessibile di rendimento e resilienza. Con l’aumento delle allocazioni ai mercati privati, i portafogli stanno infatti diventando sempre più illiquidi, rendendo la gestione della liquidità una priorità strategica fondamentale. Di conseguenza, quasi il 60% dei fondi sovrani utilizza quadri normativi di liquidità formalizzati, con segmenti del portafoglio obbligazionario specificamente destinati a compensare l’illiquidità derivante dall’esposizione ai mercati privati. “Il reddito fisso non è più soltanto un posizionamento difensivo e avverso al rischio, ma è diventato una parte dinamica e versatile del portafoglio”, sottolinea infatti Rod Ringrow, head of official institutions di Invesco.
Private credit al centro della scena
Continua poi a guadagnare slancio il private credit. La percentuale di fondi sovrani che accedono a questa asset class tramite investimenti diretti o co-investimenti è infatti passata dal 30% del 2024 al 44% di quest’anno. In aumento anche l’accesso tramite fondi (dal 56% al 63%), mentre il 50% degli intervistati prevede di aumentare le allocazioni nel corso dei prossimi dodici mesi, con le istituzioni del Nord America in testa (68%). Secondo il report, questo crescente interesse riflette una più ampia revisione del concetto di diversificazione, in un contesto di tassi più alti e inflazione elevata che ha indebolito la correlazione tradizionale tra azioni e obbligazioni. Gli investitori sovrani si stanno insomma orientando verso il private credit per ottenere esposizione a tassi variabili, strutturazione personalizzata delle operazioni e profili di rendimento meno correlati ai mercati pubblici. Ne deriva che da asset class di nicchia, il private credit è diventato un pilastro strategico nella costruzione dei portafogli di lungo periodo. “Gli investitori sovrani stanno costruendo portafogli che pongono al centro resilienza e flessibilità, e il private credit offre esattamente questo, dimensione e maggiore controllo”, rimarca Ringrow.
Quanto ai mercati emergenti, l’approccio è diventato più selettivo. Tuttavia, l’Asia, esclusa la Cina, rimane una priorità assoluta per il 43%. Pechino continua a rappresentare un punto focale (28% contro il 20% del 2024), con i fondi sovrani che stanno sempre più orientando le proprie strategie verso settori tecnologici specifici come intelligenza artificiale, semiconduttori, veicoli elettrici ed energie rinnovabili. Il 78% degli intervistati è infatti convinto che in futuro le capacità tecnologiche e innovative del Dragone diventeranno competitive a livello globale. Il report segnala come questo riposizionamento mirato rifletta al tempo stesso opportunità e cautela. Sebbene il 59% preveda infatti di aumentare le allocazioni in Cina nei prossimi cinque anni, solo il 48% ritiene che il Paese riuscirà a completare con successo la transizione verso un’economia trainata dai consumi. E l’esposizione ai mercati pubblici e privati viene perfezionata di conseguenza. In questo contesto, ancora una volta la gestione attiva è considerata essenziale. Solo il 9% si affida a strategie passive sui mercati emergenti, mentre l’85% vi accede tramite gestori specializzati.
L’avanzata degli asset digitali
Lo studio mostra poi come gli asset digitali non siano più considerati un tema marginale. Si è infatti registrato un aumento, seppur contenuto ma significativo, del numero di fondi sovrani che hanno effettuato investimenti diretti in questo segmento (11%) rispetto al 7% nel 2022. Le allocazioni sono più frequenti in Medio Oriente (22%), Asia-Pacifico (18%) e Nord America (16%), mentre risultano assenti in Europa, America Latina e Africa (0%). Una sorpresa emersa dall’indagine è anche il crescente interesse per le stablecoin, in particolare tra i fondi sovrani dei mercati emergenti. Queste criptovalute sono percepite come più facili da integrare rispetto a quelle tradizionali. Marito della loro stabilità di prezzo e del potenziale di applicazione nel mondo reale che le rende più adatte a futuri sistemi di pagamento cross-border o come strumenti per la gestione della liquidità. Molti fondi sovrani continuano a preferire un’esposizione indiretta, investendo tramite veicoli di venture capital, piattaforme di innovazione o fondi strutturati, piuttosto che detenerne direttamente, mentre le banche centrali stanno parallelamente portando avanti le proprie iniziative, cercando di bilanciare il potenziale innovativo con le esigenze di stabilità del sistema.
Infine, gli istituti centrali stanno rafforzando le proprie cornici normative di gestione delle riserve in risposta all’aumento dell’instabilità geopolitica e dell’incertezza fiscale. Quasi due terzi (64%)prevedono di aumentare le proprie riserve nei prossimi due anni, mentre il 53% intende diversificare ulteriormente i portafogli. L’oro continua a svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, con il 47% che incrementerà le proprie allocazioni nei prossimi tre anni. Il lingotto è infatti sempre più visto come una copertura strategica contro rischi quali l’aumento del debito USA, la strumentalizzazione delle riserve e la frammentazione globale. Allo stesso tempo, le banche centrali stanno modernizzando le modalità di gestione delle esposizioni: oltre alle partecipazioni fisiche, un numero crescente sta ricorrendo a strumenti più dinamici, come ETF, swap e derivati. E la tendenza è destinata a proseguire, con il 21% che prevede di detenere investimenti in ETF sul metallo giallo nei prossimi cinque anni, rispetto al 16% attuale, mentre la quota di chi ha in programma di detenere derivati sull’oro sembra destinata a raddoppiare dal 9% al 19%.
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