Un sondaggio del CFA Institute mostra che il quadro normativo europeo sta contribuendo alla fusione di strumenti ESG. Ma sono necessari maggiore chiarezza e dati più affidabili
L’attuale quadro normativo UE ha dato notevole impulso agli investimenti sostenibili, visti in continua crescita. Ma presenta anche alcune criticità che complicano il lavoro di asset manager e consulenti, confondendo allo stesso tempo gli investitori. A partire dalle sfide in materia di informativa ESG, affidabilità dei dati e complessità delle valutazioni ambientali sociali e di governance. A dirlo è il CFA Institute, l’associazione globale dei professionisti dell’investimento, che ha sondato i suoi associati europei per individuare con esattezza le difficoltà e i punti su cui è necessario intervenire, in modo da fornire al nuovo Parlamento dell’Unione una road map completa per il prossimo futuro.
Josina Kamerling, head of Regulatory Outreach Emea del CFA Institute
“Questo sondaggio tra i nostri membri dell’UE rappresenta il punto di vista dei professionisti finanziari di tutto l’ecosistema”, ha spiegato Josina Kamerling, head of Regulatory Outreach Emea del CFA Institute. La ricerca, il cui obiettivo era proprio capire come gli addetti ai lavori vedano l’attuale regime normativo, mostra opinioni contrastanti. “Se da un lato esiste un ampio consenso sul fatto che la regolamentazione dell’UE sta facendo avanzare l’agenda internazionale sulla finanza sostenibile, dall’altro una percentuale simile ritiene che gli sforzi dell’Unione siano confusi e che la mancanza di dati ESG affidabili non renda conveniente integrare le considerazioni in materia nelle decisioni di investimento”, spiega Kamerling.
Giuliano Palumbo, presidente di CFA Society Italy
Per Giuliano Palumbo, presidente di CFA Society Italy, l’indagine mostra chiaramente come, nonostante i significativi progressi normativi, permangano sfide rilevanti. “È fondamentale che le autorità regolamentari continuino a guidare l’agenda internazionale sulla sostenibilità, ma devono farlo con unapproccio più personalizzato e graduale, fornendo definizioni chiare e coerenti e affrontando le problematiche legate alla raccolta, alla comparabilità e al costo dei dati”, avverte. Chiarendo che tutto questo può essere possibile solo attraverso un dialogo continuo e collaborativo tra regolatori, investitori e professionisti del settore.
Dati, chiarezza e allineamento: le tre sfide principali
Per quanto riguarda l’attuazione della legislazione UE sulla finanza sostenibile, in testa alle criticità si piazza la mancanza di dati affidabili. Il sondaggio sottolinea infatti come i tempi rapidi di attuazione abbiano costretto le società e i gestori a fornire le informazioni richieste nonostante l’assenza di fonti verificabili. Per oltre due terzi degli intervistati (65%) è proprio questo vuoto una delle maggiori sfide nell’attuazione della Sfdr. Mentre il 45% dei professionisti indica anche i costi più elevati per la raccolta dei dati ESG e la mancanza di personale qualificato. Altra sfida è quella che vede gli investitori retail confusi dal volume e dalla complessità delle informazioni sulla sostenibilità. Ciò, secondo il 45% dei membri del CFA Institute, rende difficile l’utilizzo di tali nozioni per prendere decisioni valide. Inoltre, un intervistato su tre (36%) ha specificamente affermato che i requisiti di informativa di cui agli articoli 8 e 9 della Sfdr sono troppo intricati e rendono complicato per i risparmiatori comprendere appieno il grado di impatto sulla sostenibilità dei fondi in cui stanno considerando di investire.
Infine, terzo problema, è rappresentato dalla mancanza di definizioni chiare nella Sfdr. Questo ha portato gestori patrimoniali e società a interpretare regole e standard esistenti in modi diversi, causando un’attuazione diversificata della legislazione UE. Quasi un terzo (32%) ha infatti dichiarato che è difficile fare un confronto tra i prodotti ESG, dal momento che le informazioni richieste non sono standardizzate e comparabili tra le varie giurisdizioni per gli investitori retail. E per oltre un terzo (37%) il regolamento UE sulla tassonomia è stato eccessivamente elaborato, con conseguente complessità delle informazioni e confusione tra investitori e stakeholder.
Evidenziati i problemi, il CFA Institute ha quindi individuato cinque azioni chiave per le autorità di regolamentazione europee. La prima è quella di continuare a guidare l’agenda internazionale sulla sostenibilità. Concentrandosi, però, sullo sviluppo di una legislazione graduale più personalizzata in merito ai requisiti di informativa ESG e alle tassonomie, così da garantire l’allineamento con le esigenze dei partecipanti ai mercati finanziari. Secondo step è quello di fornire una terminologia ESG chiara e coerente in tutto il quadro legislativo sulla finanza sostenibile. “Definizioni più chiare contribuirebbero a promuovere la coerenza nell’attuazione della legislazione in materia e a ridurre al minimo le interpretazioni divergenti di norme e standard”, viene sottolineato.
Importante è anche considerare la sfida posta dall’inaffidabilità dei dati ESG e dai costi associati alla raccolta delle informazioni e la formazione del personale. Problemi che ancora limitano la conformità agli attuali requisiti di divulgazione delineati nel quadro legislativo UE. Il quanto punto invia a chiarire meglio il sistema di categorizzazione dei fondi delineato nel Sfdr per i requisiti di informativa di cui agli articoli 8 e 9 del regolamento: un approccio più chiaro potrebbe infatti ridurre la complessità delle informazioni ESG per gli investitori e attenuare i rischi di greenwashing. Infine, secondo il CFA Institute vanno affrontate la complessità dei rating ESG e le metodologie divergenti utilizzate dai fornitori. “L’introduzione di obblighi di comunicazione, come previsto dalla proposta di regolamento sulle attività di rating ESG, probabilmente aumenterà la fiducia nei fornitori delle valutazioni e ne migliorerà la comparabilità”, conclude la ricerca.
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