A settembre l’indice dei prezzi resta al 3,7% e supera le attese. Per i gestori, si complica il lavoro del Fomc
L’inflazione statunitense di settembre frena l’ottimismo dei mercati, che negli ultimi giorni avevano creduto nella fine della stretta monetaria della Federal Reserve. I prezzi al consumo statunitensi sono infatti cresciuti del 3,7% nel primo mese d’autunno, al top da 14 mesi e sopra il +3,6% atteso dagli analisti. Un dato allineato a quello di agosto, quando l’Ipc aveva accelerato al 3,7% dal 3,2% di 30 giorni prima, e che fa il paio con il +0,4% messo a segno nello stesso periodo su base congiunturale.
Pesano alloggi e benzina. Su anche la componente core
A pesare sull’Ipc americano sono stati soprattutto i prezzi degli alloggi, che rappresentano quasi la metà dell’aumento complessivo, e quelli della benzina. Due evidenze che lasciano ancora gli investitori sperare in un immobilismo della Federal Reserve, specie considerando la frenata dell’inflazione sottostante. L’indice core, quello al netto delle componenti più volatili quali cibo ed energia, ha invece registrato un aumento dello 0,3% su base mensile, in linea con le attese e con il mese prima, mentre è passato dal 4,1% al 4,3% a livello tendenziale.
Intanto, il mercato del lavoro è rimasto stabile. Il numero di coloro che per la prima volta hanno richiesto i sussidi di disoccupazione, nella settimana terminata il 30 settembre, è infatti risultato invariato a 209mila contro attese per 210mila. Rivisto al rialzo il dato dei sette giorni precedenti, da 207 a a 209mila: si tratta del minimo da inizio anno.
Secondo i gestori si complica il lavoro della Fed
Si fa quindi meno scontata la decisione che il Fomc sarà chiamato a prendere nel prossimo meeting in programma il 31 ottobre e il 1° novembre. Se le dichiarazioni meno aggressive rilasciate da alcuni membri nei giorni scorsi avevano indotto i mercati a credere in una pausa, l’inflazione ha infatti riaperto i giochi. Tanto che molti analisti fanno ora notare come gli ultimi dati non siano né abbastanza preoccupanti da far propendere con sicurezza per un altro aumento dei assi di interesse né abbastanza rassicuranti da decidere di fermarsi.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
“L’inflazione Usa di settembre lascia intendere che la decisione potrebbe essere più complessa”, rileva Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. Per Callie Cox di eToro, i progressi fatti sul lato inflazione cominciano ad arrestarsi ma non bisogna agitarsi troppo”. “Gran parte della forza dell’Ipc – sottolinea – è dovuta ai prezzi dell’energia e sotto la superficie si vedono ancora alcuni dettagli incoraggianti”. Per l’esperta, la banca centrale americana ha un forte controllo sull’economia e una recessione potrebbe preoccuparla più di un’altra impennata dei prezzi. “La Fed ha aumentato i tassi in modo aggressivo e non sappiamo ancora quali crepe si stiano formando sotto la superficie”, osserva.
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Ryge
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, fa invece notare come per raggiungere l’obiettivo dello 0,2% su base mensile sia cruciale che i prezzi di beni e servizi rallentino in modo sostenuto. E 0,6% è un livello ancora troppo elevato. Al momento, quindi, ritiene sia presto per dichiarare la vittoria sull’inflazione, anche perché il denaro di oggi si spende soprattutto per i servizi. “Questo non significa che nel corso del meeting di novembre la Fed opterà sicuramente per un aumento dei tassi, anche se i dati sul Pil statunitense del terzo trimestre e sui Non Farm Payrolls lasciano il dibattito aperto”, conclude.
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