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Articolo pubblicato su FocusRisparmio (Marzo – Aprile 2022). Accedi e scaricalo gratuitamente a questo link.
Il Fondo monetario internazionale li conferma come le economie in più rapida ascesa. A favore ci sono, inoltre, le valutazioni interessanti e i dividendi più elevati rispetto a quelli offerti da mercati sviluppati ed emergenti. Ecco chi sono i gestori azionari con le migliori performance
Sono ancora poco conosciuti dagli investitori e dunque spesso sottopesati in portafoglio. Eppure, i mercati di frontiera, ovvero caratterizzati da un elevato potenziale di crescita, ma con capitalizzazioni inferiori rispetto agli emergenti tradizionali, possono rappresentare secondo gli esperti una buona opportunità di diversificazione all’interno della quota di portafoglio dedicata a questi ultimi.
Secondo Andrea Federici, portfolio manager di Banor Capital, gestore del fondo Aristea Sicav New Frontiers Equity, “i mercati di frontiera hanno mostrato lo scorso anno una maggiore resilienza rispetto a quelli sviluppati ed emergenti. Il Fondo monetario internazionale li conferma, inoltre, come le economie in più rapida ascesa”. Le previsioni di crescita annua del Pil per il quinquennio 2022-2026 parlano di un tasso tra il 7% e l’8%, rispetto al 3% dei Paesi sviluppati e al 5% di quelli emergenti. A rendere attraente questo segmento, secondo Federici, sono inoltre “le valutazioni interessanti (il rapporto prezzo/utili dell’Msci Frontier Markets Index è di 14,81 rispetto al 20,20 dell’Msci Acwi Index) e i dividendi più elevati rispetto a quelli offerti da mercati sviluppati ed emergenti (il dividend yield per l’Msci Frontier Markets Index è di 2,78% rispetto all’1,84% dell’Msci Acwi Index)”.
Fari puntati sul Vietnam
Tra i mercati da considerare, l’esperto cita il Vietnam e il Kenya che stanno beneficiando dello spostamento dei centri di produzione e di approvvigionamento globali dai Paesi emergenti e che si trovano in una fase di forte espansione digitale. “Siamo inoltre positivi su alcuni Paesi dell’area balcanica, come Slovenia e Romania, che negli ultimi tempi hanno fornito numerose opportunità di investimento soprattutto in ottica Esg”. Quanto alla quota da dedicare, “all’interno di un portafoglio bilanciato con un profilo di rischio medio, riteniamo che la parte da allocare sia intorno al 5%”.
Andrea Salvatori, senior portfolio manager, head of Esg strategies, emerging markets di Amundi, osserva come nel passato si associavano al termine ‘frontiera’ piccoli Paesi con alti rischi politici e di governance, ma la situazione è ben diversa oggi. Se si considerano infatti fattori come “le variabili demografiche, la disponibilità di materie prime e i costi di produzione competitivi, i nuovi mercati emergenti sono proprio quelli di frontiera”.
Per l’esperto, rendimenti alti in termini di dividendi e valutazioni attraenti sono altri aspetti che rendono questi nuovi mercati interessanti, specie nella fase di mercato attuale. Salvatori cita in particolare il Vietnam e il Bangladesh che stanno beneficiando di fattori come la delocalizzazione produttiva verso paesi con costi minori e il supporto che proviene dagli investimenti legati alla Via della Seta. Inoltre, si tratta di Paesi “che si distinguono per tassi di crescita elevati e per una posizione geografica strategica”. Anche per Salvatori, la quota da destinare ai mercati di frontiera, all’interno della porzione di portafoglio destinata all’investimento negli emergenti, si aggira attorno al 5%.
Focus sull’azionario

Per Johannes Loefstrand, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav – Frontier Markets Equity, “i fondamentali macro e le dinamiche demografiche di molti mercati di frontiera sono positivi e sostenibili. In molti casi ricordano quelli dei Paesi emergenti di 20-30 anni fa”. Questo, secondo l’esperto, dovrebbe sostenere un’ulteriore crescita economica e lo sviluppo di una solida classe media di consumatori. Si tratta di mercati che mostrano una bassa correlazione rispetto ai Paesi emergenti e sviluppati e possono dunque “integrare un portafoglio più ampio focalizzato sugli emergenti”. Per l’esperto le aziende di questi Paesi possono, inoltre, trarre vantaggio da diversi temi di crescita strutturale. Per esempio, “le società che offrono istruzione e sanità privata hanno il potenziale per accelerare la crescita in paesi con popolazioni in aumento e una classe media che sta diventando sempre più numerosa”. Mentre, prosegue, “i disruptor nel fintech possono guadagnare un certo vantaggio in mercati con popolazioni che in gran parte non godono dei sevizi bancari, ma che possiedono degli smartphone”. Stesso discorso per le aziende IT, il cui sviluppo è avvantaggiato nei Paesi di frontiera che si caratterizzano per una forza lavoro ampia, formata e con bassi salari. “Infatti, alcune aziende in questo segmento sono già riuscite ad aggiudicarsi una fetta di mercato globale. Sono queste le aree più interessanti da considerare”.
Per Holger Siebrecht, fixed income investment analyst di Capital Group, la pandemia ha interrotto il percorso di crescita di molte economie, anche di quelle dei mercati di frontiera, anche se alcuni Paesi ne hanno risentito meno. “Vari mercati di frontiera presentano elevati tassi di crescita strutturale”, osserva, “tanto da poter diventare nel tempo emergenti. Molti non hanno sperimentato una recessione nel 2020 e potrebbero registrare una crescita continua”.
Tra questi figurano economie più tradizionali, come il Benin e l’Etiopia, che presentano bassi livelli di Pil pro capite, dipendono largamente dall’agricoltura, hanno mercati finanziari poco sviluppati e bassi livelli di debito. Anche per Siebrecht, l’investimento in questi Paesi in crescita dovrebbe essere considerato come parte di una più ampia allocazione nei mercati emergenti a reddito fisso. “Per dare un’idea, attualmente abbiamo un’esposizione rispettivamente del 5% e del 18% nel Capital Group Em Local Currency Debt Fund e nell’Em Debt Fund in quanto fornisce un rendimento e una diversificazione interessanti”.
Esprime una view positiva anche Kevin Daly, gestore obbligazionario mercati emergenti di Aberdeen Standard Investments, secondo il quale “i mercati di frontiera offrono un’alternativa interessante ad altre opportunità ad alto rendimento, come gli emergenti tradizionali, che hanno sottoperformato quelli di frontiera nell’ultimo decennio”. Guardando al futuro, nel medio termine “ci aspettiamo rendimenti annuali del 7-8%, anche se le nostre aspettative per il 2022 sono più basse a causa dei venti contrari derivanti dai rialzi dei tassi programmati dalla Federal Reserve”. L’esperto si dichiara inoltre ottimista sulle prospettive della maggior parte dei mercati di frontiera.
Guardando ai singoli Paesi, “continuiamo a vedere opportunità interessanti nelle emissioni locali di paesi come Egitto, Zambia e Pakistan, che offrono rendimenti a due cifre, e nelle obbligazioni in valuta forte di Angola e Nigeria”. Uno scenario in cui potrebbe essere opportuno dedicare il 25-50% della parte di portafoglio dedicata al debito emergente ai bond dei mercati di frontiera, “specialmente in considerazione di un rischio di insolvenza che rimane basso, di fondamentali solidi e dell’attenzione alle riforme macroeconomiche che caratterizza molti Paesi”, conclude.
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“Conoscere a fondo” è la rubrica di FocusRisparmio.com in cui passiamo al setaccio una specifica asset class su un orizzonte di investimento di medio-lungo periodo, coinvolgendo i gestori dei fondi top performer in un’analisi a più voci sui driver di performance e sulle prospettive di rendimento dei prossimi mesi.
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