Dall’Osservatorio Sottoscrittori di Assogestioni emerge un’Italia che investe ancora troppo tardi rispetto a Oltreoceano. Tra trend demografici e fragilità occupazionali, tre i sono punti critici individuati dall’industria: educazione, stabilità lavorativa e sviluppo di strumenti su misura delle nuove generazioni
Un Paese dove sempre più giovani investono, ma lo fanno troppo tardi e con un approccio non conforme ai dettami della letteratura economica. È questa la fotografia dell’Italia che arriva dall’edizione 2025 dell’Osservatorio Sottoscrittori di Assogestioni, lo studio annuale con cui l’associazione degli asset manager attivi nella Penisola punta i fari sullo stato di salute del segmento a maggior partecipazione retail del gestito: i fondi comuni. Nella ricerca si racconta infatti di un’industria in forte espansione ma dalla quale Gen Z e Millenials sono tagliati fuori, con i primi che partecipano solo nel 7% dei casi e i secondi per il 13%. Un’anomalia particolarmente problematica in chiave di transizione demografica e che è resa ancor più evidente dal confronto con il mercato benchmark per il settore, gli USA, dove l’Investment Company Institute stima che a investire siano il 35% degli under 25 e il 49% dei 25-40enni. Ma se nel dibattito pubblico l’esercizio più diffuso sembra quello di identificare le cause del gap nella propensione al risparmio di ragazzi e ragazze, per le società attive su entrambe le sponde dell’Atlantico il problema riguarda anche il modo in cui i nostri connazionali percepiscono stabilità e futuro finanziario. Ecco allora che, oltre ai prodotti, diviene fondamentale attivare uno sforzo in termini di educazione e soprattutto promozione della previdenza complementare.
Riccardo Morassut, Senior Research Analyst Assogestioni
L’edizione 2025 dell’Osservatorio conferma innanzitutto l’ampliamento della base investitori: 11,6 milioni di sottoscrittori, in aumento rispetto agli 11,1 milioni precedenti grazie a circa 1,5 milioni di nuovi ingressi. Il valore totale destinato dalle famiglie ai mercati finanziari sale così a 608 miliardi, con un impegno medio di 52mila euro, ma è l’investimento mediano tra i 15mila e i 21mila a fotografare con più precisione la natura diffusa dello strumento fondo e l’alta concentrazione patrimoniale tra i quartili a maggior disponibilità. Questo gap, con il 30% delle famiglie più ricche che detiene l’80% del patrimonio impiegato, è infatti allineato alle recenti stime di Bankitalia sulla distribuzione disomogenea delle risorse ma può essere letto anche sotto una luce diversa: quella della democratizzazione. “Metà dei sottoscrittori accede al mercato con cifre inferiori a 20mila euro”, spiega il Senior Analyst di Assogestioni Riccardo Morassut, che aggiunge: “Si tratta di una forma di investimento che rappresenta di per sé un atto basilare di educazione finanziaria utile a trasferire i valori della diversificazione di portafoglio e della programmazione dei risparmi”.
Il nodo dei giovani
Dal punto di vista anagrafico, l’immagine plastica dello sbilanciamento che penalizza il Paese è invece fornita dal dominio dei Boomers: se è infatti vero che l’incidenza dei giovani risulta complessivamente cresciuta al 15%, con le nuove generazioni che pesano per il 26% sul totale dei nuovi
entranti, la coorte formata dagli over 60 rappresenta pur sempre il 56% della base clienti e continua a detenere una quota di patrimonio in gestione all’industria vicina al 50%. Ma il dato che segnala la disparità tra genitori e figli, oltre a divario che vede i 62mila euro di investimento medio dei senior confrontarsi con appena i 14mila dei Gen Z e i 24mila dei Millenials, è soprattutto quello che emerge dal confronto con i dati di ICI. La comparazione con le evidenze raccolte dalla Assogestioni americana, una novità per l’Osservatorio di Via Andegari a Milano, parla infatti chiaro:
età media dei sottoscrittori pari a 61 anni in Italia contro i 54 negli States,
tasso di partecipazione giovanile più che doppio oltreoceano, un’esposizione all’equity degli under 40 americani che sfiora il 76% contro meno del 40% da noi. Numeri così profondamente distanti da imporre innanzitutto una riflessione su quali siano le radici del fenomeno.
Per Giuliana Borello, head of Training and Research Italia di Franklin Templeton, il tema centrale non è solo culturale ma anche e soprattutto socioeconomico. “Il primo vero ostacolo non è la mancanza di interesse verso gli investimenti ma la precarietà”, afferma, spiegando che percorsi professionali discontinui e stipendi bassi rendono molto difficile per i ragazzi del nostro Paesi sviluppare un orizzonte finanziario di lungo periodo. La diagnosi dell’esperta poggia, in particolare, su tre perni: tasso di disoccupazione post-laurea oltre il 10%, quota di under 35 che non studiano né lavorano tra le più alte del panorama OCSE e una forte fragilità emotiva. “La programmazione richiede stabilità e molti giovani sono obbligati a considerarla come un traguardo anziché come un punto di partenza”. Ma lettura di Borello va anche oltre e amplia ulteriormente il quadro. A pesare, dal suo punto di vista, è un doppio fronte: discontinuità occupazionale e fragilità psicologica. “Studi recenti mostrano come oltre la metà dei giovani italiani viva episodi di stress che limitano la vita quotidiana”, spiega, “con percentuali più alte tra le donne Gen Z”. Un tema che si riflette direttamente sul rapporto con il risparmio: “La discontinuità lavorativa si traduce in discontinuità finanziaria, perché senza la prospettiva di entrate stabili è più complesso pianificare e mantenere decisioni di impiego del proprio patrimonio nel tempo”.
Anche il portafoglio è distorto
Un’altra peculiarità della situazione italiana consiste nel fatto che l’asset allocation ideale viene totalmente disattesa, con un sovrappeso sul mercato obbligazionario molto diffuso anche tra i giovani. Ed è su questo aspetto che punta particolarmente l’attenzione Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco. Dal suo punto di vista, non si tratta solo del riflesso di una cultura finanziaria ancora conservativa o di una percezione del rischio limitata ma c’è anche una responsabilità delle case di gestione. “Troppo spesso si preferisce proporre prodotti target date che enfatizzano la componente obbligazionaria e l’obiettivo di generare reddito fisso anziché promuovere l’accumulazione di attività finanziarie a maggiore potenziale come gli investimenti azionari”, spiega il manager, sottolineando come l’esempio americano testimoni i benefici di un approccio più dinamico e diversificato in termini sia di redditività del portafoglio sia adeguatezza previdenziale. Da qui la sua proposta di “revisione dei modelli di offerta”, con prodotti aderenti ai principi del lifecycle investing e una comunicazione più efficace sui vantaggi di una strategia bilanciata ma anche quella di promuovere ulteriormente strumenti come i piani di accumulo: “Permettono di iniziare con importi contenuti e di costruire nel tempo un capitale previdenziale”.
Ripensare l’offerta è importante anche per Borello, che sottolinea in egual modo l’urgenza di evolvere prodotti e piattaforme verso modelli più accessibili oltreché digitali e modulari ma anche di puntare su PAC e soluzioni lifecycle più trasparenti. Tuttavia, la convinzione della manager è che il maggior coinvolgimento dei giovani e l’aumento della loro disciplina nel momento in cui si affacciano ai mercati non possa prescindere da un approccio interconnesso: “Politiche pubbliche che favoriscano occupazione stabile, incentivi per le imprese che investono in capitale umano e strumenti finanziari capaci di accompagnare percorsi professionali intermittenti rappresentano il giusto mix di interventi”. Di parere simile anche Simoncelli, secondo cui replicarne la ricetta non basta: “Il modello americano funziona perché si fonda su una base occupazionale solida e importarlo senza affrontare prima il tema del lavoro rischia di essere inefficace”. Da qui l’invito a un approccio più sistemico: “Solo quando un ragazzo percepisce sé stesso come asset di valore sarà portato a investire con costanza nel proprio futuro finanziario”. L’attenzione di Niccolò Rabitti, country head Italia di Morgan Stanley Investment Management, si focalizza invece soprattutto sul ruolo dell’educazione finanziaria. “Oltreoceano il concetto di capitalizzazione composta e il vantaggio di iniziare presto a contribuire sono ben compresi mentre da noi questa consapevolezza appare ancora limitata”, spiega, sottolineando come la scarsa competenza di giovani e donne italiani li porti a confidare ancora in paracadute come la pensione statale che in realtà sono ormai un’utopia.
Il secondo pilastro
Proprio il secondo pilatro rappresenta il massimo punto di caduta dell’analisi condotta dai tre esperti. E il motivo è presto detto: è qui che risiede la vera cifra distintiva del sistema americano rispetto al nostro, permettendo di accedere a un pacchetto di soluzioni, tra le quali sono ricompresi anche i mutual funds. Non solo. Il sistema pubblico USA è meno generoso rispetto a quello italiano, circostanza che rende la previdenza integrativa una necessità percepita e i piani come 401(k) e gli IRA, oltre a essere applicati in modo quasi automatico e a prevedere una contribuzione aggiuntiva da parte dei datori di lavoro, vanno soggetti a un regime di tassazione agevolato da parte dello Stato. Si tratta di caratteristiche indispensabili anche da noi ma sulla cui introduzione è condivida l’idea che il percorso non sia semplice. “Questa soluzione potrebbe essere efficace per rendere il sistema attrattivo e favorire l’accesso a una gamma più ampia di asset class”, chiarisce ad esempio Simoncelli, “però servono piani dall’esito non scontato e che quindi vanno perseguiti nel pieno dialogo tra istituzioni e stakeholder”. “L’apertura ai fondi comuni da parte della previdenza integrativa è tecnicamente possibile”, gli fa eco Rabitti, “ma richiede adeguamenti normativi e ancor più educazione all’investimento”. Il country head Italia di Morgan Stanley IM approfondisce ulteriormente il punto: “L’Italia presenta una delle spese pensionistiche più alte d’Europa, con un esborso di oltre il 15% del PIL che è quasi interamente concentrato sul primo pilastro, ma i fondi pensione complementari restano poco diffusi e con asset limitati al 10% del prodotto interno lordo”. Una situazione che viene ricondotta a un mix di cause: “Dalla complessità normativa ai bassi incentivi fiscali fino alla prevalenza di rendimenti garantiti che limitano l’esposizione azionaria e quindi le potenzialità di crescita del capitale nel lungo periodo”. Da qui una delle proposte per invertire la rotta: “A livello macroeconomico, un contributo annuo del 4% dello stipendio tra datore di lavoro e lavoratore potrebbe portare gli asset pensionistici privati pari al 20% del PIL in dieci anni e ridurre la spesa pubblica previdenziale di 0,4 punti percentuali di PIL, mentre riforme ben disegnate potrebbero aumentare del 25% la capitalizzazione di mercato e avvicinare l’Europa agli standard USA”.
La trasformazione del comportamento degli investitori più giovani passa però anche attraverso i trend di mercato. E il boom degli ETF, che dagli Stati Uniti stanno iniziando a dilagare anche in Europa grazie a costi più bassi e semplicità di utilizzo, ne sono un esempio evidente. A riconoscerlo è lo stesso Simoncelli, secondo cui questa tendenza diventerà “sempre più pervasiva” e contribuirà a rendere il mercato inclusivo come non mai per gli ultimi arrivati. “In prospettiva”, gli fa eco Borello, gli exchange traded funds “diventeranno sempre più partecipativi e legati a dimensioni valoriali” grazie anche al supporto della blockchain e di altre tecnologie capaci di aumentare trasparenza e tracciabilità. Una dinamica riscontrabile anche guardando all’ascesa delle piattaforme digitali, alle quali Rabitti attribuisce la facoltà di modificare il rapporto tra risparmiatore e consulenza: maggiore immediatezza, interfacce user-friendly, strumenti educativi integrati e possibilità di iniziare con importi ridotti possono contribuire a intercettare fasce oggi ‘escluse’ dall’industria del risparmio gestito. Ecco allora che, sottolineano tutti e tre gli esperti, si presenta l’opportunità per le case tradizionali di abbandonare eventuali resistenze e accogliere questi modelli nei modelli distributivi per sviluppare soluzioni ibride in cui unire alla tecnologia il valore aggiunto dell’advisory.
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