Ueda porta il costo del denaro all’1,25% e parla di “nuova fase”. Ma per i mercati, i due membri contrari mettono a rischio la normalizzazione. Gli asset manager: migliora il quadro per i Jgb, cautela sullo yen
Attese rispettate anche per la Bank of Japan. Come previsto dagli analisti, l’istituto centrale nipponico ha alzato i tassi d’interesse di 25 punti base, portandoli all’1,25%, il massimo da 31 anni. Si tratta di un’accelerazione del percorso restrittivo iniziato nel 2024: finora infatti la cadenza dei ritocchi era stata semestrale, mentre questa volta i policymaker hanno atteso solo tre mesi per intervenire ancora. L’obiettivo è lo stesso delle colleghe Fed e BCE: arginare l’inflazione in aumento a causa della guerra in medio Oriente e, per il Giappone, dell’indebolimento dello yen. Tuttavia la decisione non è stata unanime, ma ha registrato il dissenso di due membri del board vicini alla premier Takaichi, preoccupando i mercati. Il timore, non placato dal tono hawkish del presidente Kazuo Ueda, è infatti che l’impegno verso la normalizzazione della politica monetaria non sia sufficientemente forte e possa costituire un problema. Soprattutto dopo il rialzo dei tassi da parte del Fomc.
In conferenza stampa, il governatore ha scelto un tono hawkish, parlando di una “nuova fase” della politica monetaria giapponese. Con l’inflazione di fondo ormai prossima al 2%, ha spiegato, la BoJ è passata dal dover spingere i prezzi verso l’obiettivo a dover prevenire il superamento di tale soglia. Ueda ha anche affermato di non escludere né rialzi consecutivi dei tassi né aumenti di 50 punti base, sottolineando che l’istituto centrale mira ad agire in modo preventivo per evitare di essere poi costretto a manovre drastiche e destabilizzanti per i mercati.
Non abbastanza hawkish
Se i commenti di Ueda mostrano quindi un orientamento a medio termine restrittivo, per i mercati il messaggio a breve non lo è stato abbastanza. Le due colombe Toichiro Asada e Ayano Sato avrebbero infatti preferito non toccare il costo del denaro. Il timore degli analisti è che, con i due membri più hawkish del board destinati a lasciare l’incarico la prossima estate, la traiettoria futura della banca centrale viri ulteriormente verso posizioni accomodanti, mentre la speranza è che si proceda rapidamente con un ciclo restrittivo. Il malcontento del mercato si è immediatamente riflesso sullo yen, che subito dopo l’annuncio è stato bersaglio di una nuova ondata di vendite.
“l mercato è deluso, poiché aveva scontato un voto quasi unanime”, commenta Magdalene Teo, fixed income research Asia di Julius Baer. Un board compatto, spiega, avrebbe infatti indicato un forte impegno verso la normalizzazione della politica monetaria “dopo la stretta Fed che ha ampliato il differenziale dei tassi tra yen e dollaro”. L’esperta ricorda che il mercato sconta altri due incrementi entro luglio 2027, che porterebbero il costo del denaro all’1,75%. “I nostri economisti si aspettavano un posizionamento ribassista prima della decisione della BoJ. Tuttavia è meno probabile un accumulo estremo di posizioni short sullo yen”, analizza, prevedendo che i trader saranno probabilmente scoraggiati dalle perdite derivanti dal recente rialzo della valuta. Inoltre, aggiunge, “le vendite di dollari da parte degli esportatori giapponesi, in vista della chiusura del primo semestre fiscale, e la dichiarazione decisa del segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, secondo cui ‘ora sono io a dettare le regole’, dovrebbero contribuire a sostenere la divisa nipponica”.
A questo punto, rimarca Saverio Berlinzani, analista di ActivTrades, “sarà importante ascoltare le valutazioni di Bessent e quelle dei ministri delle Finanze giapponesi, che recentemente si erano espressi a favore di un rafforzamento dello yen”.
Un percorso lungo
Per Marco Turatti, senior market specialist di capital.com, la reazione dello yen mostra che la normalizzazione non ha ancora invertito le dinamiche valutarie. A suo giudizio, il progressivo restringimento del differenziale di rendimento con Stati Uniti ed Europa potrebbe però ridurre l’attrattività della divisa giapponese come valuta di finanziamento nel carry trade e, nel medio periodo, tassi più elevati potrebbero sostenerla e aumentare l’attrattività degli asset nipponici. “Il percorso affinché investire su asset giapponesi diventi chiaramente vantaggioso è forse ancora lungo, anche in virtù della debolezza perdurante dello yen che abbiamo visto in passato svalutare gli investimenti esteri nel tempo”, avverte. Ma per Turatti l’aumento dei tassi obbligazionari ha il potenziale di favorire “maggiore stabilità e forza nel tasso di cambio ed eventualmente innescare un processo virtuoso ancora non pienamente in atto”.
Mark Dowding, chief investment officer di Rbc BlueBay AM
Mark Dowding, fixed income cio di RBC BlueBay AM, evidenzia il fatto che, dagli incontri con gli investitori domestici, emerge una crescente domanda di asset locali. “È anche interessante notare come, nonostante i piani per incrementare le posizioni in Jgb siano diffusi, l’entità dei flussi di capitale effettivamente entrati sul mercato sia stata finora piuttosto modesta”, aggiunge. Per l’esperto, tale dinamica suggerisce un miglioramento del quadro tecnico per i titoli di Stato giapponesi, mantenendo una visione costruttiva sulle scadenze a lungo termine. Quanto allo yen, secondo Dowding le azioni della BoJ si limiteranno a mantenere l’attuale differenziale di tasso di interesse rispetto alle valute statunitensi ed europee. Per questo, rimane scettico sulla possibilità di un apprezzamento significativo della divisa nipponica, “almeno finché tale divario non inizierà a ridursi”.
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