Dopo un 2023 in calo del 20%, il mercato tricolore ha iniziato il 2024 con numeri positivi. Ma secondo Bain & Company, per colmare il gap con l’Europa serve una “risposta di sistema”
Dopo un 2023 da dimenticare, il venture capital italiano è partito con il piede giusto e preannuncia un 2024 di ripresa. È quando emerge dalla terza edizione del “Venture Capital Scanner” di Bain & CompanyItalia, secondo cui sul bilancio dello scorso anno ha pesato soprattutto l’assenza di deal di grandi dimensioni. D’altra parte, il contesto globale caratterizzato da tassi d’interesse in aumento e da una forte incertezza sulle prospettive di business ha inciso negativamente sul settore a livello internazionale. Anche se le eccezioni non sono mancate: ad esempio, le startup che sviluppano o applicano soluzioni Generative AIhanno attratto investimenti importanti, raggiungendo i 21 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 4 miliardi del 2022 e in controtendenza rispetto al mercato totale. Per una vera crescita del nostro Paese, i cui numeri restano decisamente distanti da quelli europei, secondo gli esperti di Bain è però necessaria una “risposta di sistema”.
Nel 2023 l’Italia ha fatto meglio del resto d’Europa…
Lo scorso anno il mercato del venture capital italiano è crollato del 20% rispetto ai risultati record del 2022. Un calo consistente ma comunque inferiore rispetto alla media europea, che ha accusato una flessione del 41%. Gli investimenti nel nostro Paese si sono fermati a quota 1,1 miliardi di euro, soprattutto a causa della contrazione del numero di deal (-24%), sebbene il valore medio delle operazioni abbia registrato una lieve crescita (+5%). Il settore Tech ha fatto la parte del leone, raccogliendo il 31% del valore totale degli investimenti in startup, seguito dal settore B2C con il 27%. Il settore Energy si è invece distinto per il valore medio per operazione (10,8 milioni contro la media di 5,1 milioni di euro), legato alla natura capital intensive delle soluzioni innovative per la transizione energetica. A livello geografico, la Lombardia si conferma in testa per valore dei deal, con il 64% degli investimenti totali, seguita da Piemonte, Trentino Alto-Adige e Toscana.
… ma l’Europa è lontana
Emanuele Veratti, partner e Digital Practice leader di Bain&Company
Il report sottolinea però come il tessuto italiano dell’innovazione mostri ancora un gap strutturale in termini di numerosità e dimensione dei fondi di venture capital rispetto agli altri principali Paesi europei. Oltre a una capacità di trasformare la ricerca in impresa non ancora pienamente espressa. “Il percorso di crescita verso una dimensione allineata ai principali mercati europei richiede, oltre alla disponibilità di capitali, un’adeguata numerica di startup in cui investire”, spiega Emanuele Veratti, partner e Digital Practice leader di Bain & Company.
Ad oggi risultano infatti registrate in Italia circa 16mila tra startup e PMI innovative e l’esperto stima che il pieno potenziale del Paese possa esser raggiunto con una numerica di circa 27mila società registrate. Per sostenere ulteriormente la crescita del mercato e favorire l’innovazione, secondo Veratti occorre però “garantire la piena collaborazione fra diversi attori dell’ecosistema, tra cui imprese, centri di ricerca, istituzioni finanziarie e policy maker”.
Buone prospettive per il 2024
Quanto al nuovo anno, nel primo trimestre si sono registrati segnali positivi per l’ecosistema. I round di fundraising di startup sono stati infatti più di 60 e la raccolta ha sfiorato i 370 milioni di euro, considerando anche le operazioni che coinvolgono la piattaforma Bending Spoons e MMI, nata a Pisa nel 2015 ma con headquarter in US dal 2023.
Secondo il report di Peregrine Communications, il 73% dei wealth manager e private bank mostra una presenza visibile negli alternativi. Ma solo il 40% dispone di una sezione dedicata online. La distanza tra capacità d’investimento e abilità di raccontarla rischia di diventare un nuovo fattore competitivo
Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Secondo le stime di Neuberger Berman, l’88% prevede di investire entro cinque anni. In testa private equity e infrastrutture. A far da traino è la domanda di diversificazione. La conoscenza degli ELTIF sale al 74%. Gli italiani preferiscono i fondi draw-down
Uno studio mostra che l’apertura al retail può spingere i fondi alternativi a puntare su società meno mature e a mantenerle per un tempo maggiore in portafoglio, con effetti positivi anche sui risultati. Ma serve che i nuovi investitori abbiano un approccio paziente. In caso contrario, si rischia una pressione verso exit premature
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Nel secondo semestre il nuovo indice messo a punto dalla società per saggiare il polso degli investitori resta ben sopra la soglia neutrale, pur arretrando dai 60,1 punti del primo semestre. Condizioni di finanziamento favorevoli ai lender e impegni istituzionali resilienti fanno da traino. Stabile la qualità del credito
Una survey di KKR rileva un interesse crescente tra i clienti con almeno 500mila dollari di asset. Ma il 42% indica la mancanza di informazioni come principale barriera. Per il 53% il confronto in presenza con il consulente resta il canale preferito per orientarsi
Per S&P, la scarsa attività di exit sta portando a una biforcazione strutturale del settore. I grandi operatori continuano a crescere, mentre sui piccoli aumenta la pressione. E all’orizzonte c’è una nuova fase di consolidamento
Normativa europea, prodotti semiliquidi e una base di risparmio solida rendono il Belpaese un mercato ad alto potenziale per gli alternativi. Ma aprire le porte agli investitori retail non basta
Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato