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Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato
L’espansione del private credit sta modificando gli equilibri dei mercati finanziari e aprendo una nuova fase per gli investitori. Quella che fino a pochi anni fa era un’asset class riservata quasi esclusivamente agli investitori istituzionali si sta infatti progressivamente aprendo anche alla clientela retail più patrimonializzata. È il messaggio del nuovo report sul settore realizzato dal CFA Institute Research & Policy Center, secondo cui questo mercato ha raggiunto una dimensione globale di 2.600 miliardi di euro e si prepara a cresce ancora. Una democratizzazione che amplia le opportunità di accesso ma rende ancora più centrale il tema della tutela degli investitori, rendendo indispensabili maggiore trasparenza e a competenze sempre più specialistiche.
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Un mercato da 2.600 miliardi sempre più accessibile
Secondo lo studio, la dimensione raggiunta dal private credit lo ha ormai portato a rappresentare uno dei principali canali di finanziamento alternativi al credito bancario tradizionale. Una crescita che passa anche attraverso lo sviluppo di nuovi veicoli destinati agli investitori non istituzionali, dai fondi semi-liquidi alle business development company non quotate fino a piattaforme digitali e strumenti tokenizzati. “Si tratta di soluzioni che consentono di ampliare la platea degli investitori ma che introducono al tempo stesso nuove complessità”, osservano però gli esperti di CFA, che argomentano: “La gestione della liquidità, la valutazione degli attivi e gli assetti di governance diventano elementi decisivi quando strategie nate per investitori professionali vengono adattate a un pubblico più ampio”.
Rendimenti interessanti, ma con rischi da comprendere
Il report dell’associazione riconosce al private credit caratteristiche particolarmente apprezzate dagli investitori, tra cui rendimenti generalmente a tasso variabile e diversificazione del portafoglio ma anche una maggiore capacità di tenuta nelle fasi di mercato più difficili. Questi benefici sono però la conseguenza proprie di quelle caratteristiche peculiari che impongono di maneggiare con cura l’asset class, dall’illiquidità degli investimenti alla complessità delle operazioni fino alla forte personalizzazione dei contratti di finanziamento. “Gli stessi elementi che sostengono i ritorno rendono anche più difficile monitorare il rischio e garantire un adeguato allineamento degli interessi dei gestori con quelli degli investitori”, viene osservato, “soprattutto con l’allargamento verso il segmento semi-retail”.
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L’asimmetria informativa resta il nodo principale
Uno dei temi centrali dello studio riguarda il divario informativo tra investitori istituzionali e retail. Se infatti i primi possono contare su negoziazioni dirette e specifiche tutele contrattuali, gli altri accedono quasi solo attraverso intermediari e piattaforme distributive che riescono a offrire loro informazioni più standardizzate. Anche quando si tratta di profili sofisticati, come clienti del private banking o soggetti accreditati, permane dunque uno svantaggio strutturale che può emergere soprattutto nelle fasi di tensione dei mercati attraverso maggiori difficoltà nella valutazione degli attivi o nelle richieste di rimborso. Per questo motivo, osserva il CFA Institute, l’apertura del private credit ai risparmiatori non coincide automaticamente con una piena democratizzazione dei mercati privati. “Rappresenta piuttosto un’espansione graduale verso la fascia più elevata della clientela retail”, recita il report, “ancora limitata da requisiti patrimoniali e di reddito o di adeguatezza”.
Servono governance e salvaguardie
Secondo il report, la crescita della partecipazione retail rende dunque indispensabile rafforzare i meccanismi di governance dei prodotti. Il rischio è che un semplice trasferimento di strategie istituzionali all’interno di contenitori destinati agli investitori semi-retail, senza adeguati interventi sulla gestione della liquidità o sulle metodologie di valutazione e controllo, possa compromettere sia i risultati di lungo periodo degli investitori sia la resilienza complessiva del mercato. L’aumento dei capitali raccolti attraverso veicoli semi-liquidi o caratterizzati da una regolamentazione meno stringente potrebbe cioè amplificare il rischio di squilibri di liquidità, opacità nelle valutazioni e pressioni derivanti dalle richieste di rimborso nelle fasi di mercato difficili.
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Formazione e consulenza le chiavi in Italia
Alla luce di questa evoluzione, CFA Society Italy e POLIMI Graduate School of Management hanno recentemente rinnovato la collaborazione lanciando un percorso dedicato alla formazione dei professionisti degli investimenti: il Professional Certificate in Private Capital Analysis & Investing. “Anche nel tessuto produttivo italiano il credito privato sta diventando centrale per sostenere l’economia reale fuori dai circuiti bancari tradizionali”, osserva il presidente di CFA Society Italy Giuliano Palumbo, “ma l’accesso a questi strumenti da parte di una platea più ampia di investitori richiede massimo rigore e una consulenza altamente qualificata”. Secondo Palumbo, l’obiettivo del programma è proprio quello di fornire ai professionisti gli strumenti analitici necessari per accompagnare in modo consapevole l’evoluzione del mercato.
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