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Attesi rincari per materie prime, tecnologie green e non solo. Ma non agire sarebbe peggio: i prezzi a livello globale salirebbero del 3%. Una sfida per le banche centrali
Un aumento dell’inflazione di 1,6 punti percentuali all’anno. Tanto costeranno a livello globale, nel prossimo decennio, le azioni per limitare l’aumento della temperatura della Terra a 1,5°C. A fare i conti della transizione energetica sono stati gli analisti di Carmignac, secondo cui la svolta verde causerebbe rincari per materie prime e tecnologie rinnovabili e non solo, con una serie di effetti a catena. Tuttavia non agire sarebbe notevolmente più costoso, dal momento che, nello stesso arco di tempo, il cambiamento climatico porterebbe a un’impennata dei prezzi tra l’1% e il 3%, come stimato dalla Banca centrale europea.
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La differenza temporale
Lo studio, intitolato ‘The inflated cost of the energy transition‘, ricorda come il cambiamento climatico sia intrinsecamente inflazionistico. E se proseguisse in maniera ‘non controllata’, produrrebbe effetti ben più pesanti sui prezzi. L’aumento delle temperature medie, le fluttuazioni stagionali, le calamità naturali e i cambiamenti ambientali hanno infatti ripercussioni negative sull’offerta di beni e manodopera, facendo aumentare la domanda locale. Secondo Lloyd McAllister, responsabile degli investimenti sostenibili di Carmignac, Raphaël Gallardo, capo economista, e Michel Wiskirski, specialista in materie prime, la transizione energetica avrà anch’essa un impatto sull’economia, dal momento che porterà comunque a una crescita della domanda combinata con shock negativi dell’offerta. E sarà dunque anche inflazionistica. Ma la grande differenza con uno scenario di non intervento è che questa inflazione guidata dalla domanda sarà più prevedibile e soprattutto transitoria. Certamente, però, non sarà breve, visto che il tempo necessario per riconvertire il nostro sistema energetico è stimato in 20-30 anni. Uno scenario complicato, sottolinea lo studio, ma comunque migliore di quello di permanente “climateflation” e perdite di produzione in futuro.
La tetralogia dell’inflazione green
Secondo gli esperti di Carmignac, per limitare l’aumento della temperatura al target di 1,5° rispetto ai livelli preindustriali stabilito dall’Accordo di Parigi, si assisterà una “tetralogia dell’inflazione”, composta da greenflation, fossilflation, demandflation e strandflation. Tre dinamiche che porteranno appunto a un’impennata complessiva dei prezzi dell’1,6% annuo nei prossimi dieci, prima di assistere a un’attenuazione che coinciderà con il raggiungimento del picco nel ciclo degli investimenti in capitale (capex).
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La greenflation
La prima dinamica deriva dalla pressione della domanda su alcune risorse critiche come metalli, minerali e manodopera qualificata, necessarie alla produzione dei nuovi beni strumentali per produrre energia (turbine eoliche, pannelli solari, batterie per veicoli elettrici, infrastruttura di rete…). Il report sottolinea come l’offerta di queste commodity sia relativamente anelastica, mentre le previsioni parlano di un aumento della domanda fino a sette volte entro il 2040. Un altro potenziale collo di bottiglia è poi geopolitico, dal momento che la Cina ha una quota di mercato dominante nelle fasi di lavorazione e raffinazione. Più in generale, specificano i tre analisti, il nazionalismo delle risorse e la frammentazione geografica e politica probabilmente aggiungeranno altro premio di rischio al prezzo di tali materie prime e una maggiore volatilità. Sebbene sia molto difficile stimare il costo della “greenflation”, la previsione di Carmignac è che dovrebbe aggiungere circa lo 0,1% all’indice dei prezzi al consumo. Un impatto trascurabile e che probabilmente sarebbe una tantum.
La fossilflation
La transizione spingerà poi i produttori di combustibili fossili a ridurre o addirittura interrompere manutenzione e investimenti. Dato il rapido tasso di decadimento naturale dei giacimenti esistenti (stimato intorno al 5%), ciò porterà a un calo della produzione globale di idrocarburi, causando uno shock negativo dell’offerta. Con un conseguente aumento dei prezzi: la “fossilinflazione”. Per bilanciare domanda e produzione, infatti, il petrolio dovrebbe rincarare di circa il 20% all’anno. E ciò si tradurrebbe in un aumento dello 0,8% dell’inflazione CPI annuale.
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Demandflation e strandflation
L’enorme sforzo di investimento necessario alla transizione energetica richiede inoltre, più in generale, uno spostamento di risorse. Ogni aumento dell’1% del PIL negli investimenti verdi sul lato della domanda dovrà infatti escludere una quantità simile di consumi per liberare risorse sul fronte dell’offerta. Questo rinvio della domanda di consumi sarà ottenuto attraverso una combinazione di prezzi più elevati e tassi di interesse reali più alti. Inoltre, a differenza dei tipici investimenti privati guidati dalle aspettative di profitto, questa domanda di investimenti sarà in gran parte sostenuta da sussidi e incentivi fiscali, e sarà quindi meno sensibile alle fluttuazioni cicliche e dei tassi. Pertanto, l’impatto sui prezzi e sui tassi sarà più pesante rispetto a un boom di investimenti in conto capitale guidato dai privati: ecco quindi la “demandflation”.
A questo si aggiunge il fatto che, attualmente, le tecnologie green vengono ampiamente adottate solo quando sono competitive in termini di costi oppure quando sono considerate superiori. Tuttavia per molti settori, come cemento verde, acciaio, riscaldamento, aviazione e spedizioni, gli esperti di Carmignac stimano che vi sia un sovrapprezzo tra il 25% e il 300%. Se c’è una creazione forzata o naturale di attività ridondanti o inattive (ad esempio, a causa dell’intervento di un governo) si verifica uno shock negativo dall’offerta per la produttività, e quindi emerge il quarto effetto inflazionistico della transizione: la “strandflation”. Quest’ultima, insieme alla “demandflation”, per gli esperti potrebbe contribuire ad un ulteriore aumento dello 0,7% dell’inflazione annuale globale.
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Una sfida per le banche centrali
Comunque vada, per Carmignac una cosa è certa: questo lungo periodo di transizione porrà sfide considerevoli alle banche centrali, garanti della stabilità dei prezzi. Queste dovranno infatti decidere se ‘sorvolare’ su questa fiammata transitoria, con il rischio di disancorare le aspettative di inflazione a lungo termine, oppure se contrastarla, provocando deflazione in altri settori dell’economia. “È una questione molto spinosa poiché preservare la stabilità dei prezzi aiuterebbe il settore privato a pianificare e investire per una transizione energetica ordinata, ma questa stabilità verrebbe raggiunta a costo di tassi di interesse più elevati”, avvertono gli esperti. Concludendo che uno scenario ottimale sarebbe quello di una cooperazione monetaria globale sulla questione, tale da garantire un approccio comune.
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