Le parole del presidente Powell al simposio dei banchieri centrali non lasciano dubbi su un imminente allentamento della politica monetaria USA. Ma, per gli asset manager, il futuro non è ancora chiaro. E tagliare troppo o troppo in fretta sarebbe rischioso
“È giunto il momento di adeguare la politica monetaria”. Con queste parole, pronunciate in occasione del consueto simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell sembra aver dissolto ogni dubbio sulle prossime mosse della Federal Reserve in materia di tassi. Se infatti il rapporto del meeting di luglio aveva segnalato già due giorni prima la possibilità di un’imminente virata dovish della banca centrale, venerdì il presidente dell’istituto ha di fatto confermato la concretezza di tale ipotesi. Un intervento che ha fatto felice buona parte del mercato ma non i gestori, dubbiosi sulla traiettoria a lungo termine e con una convinzione in testa: tagliare troppo o troppo presto sarebbe un rischio.
Oltre al proclama, le parole di Powell hanno offerto motivazioni più profonde a sostegno dell’idea di un allentamento monetario dopo quasi due anni di stretta. “L’inflazione statunitense è a due punti e qualcosa”, ha detto il numero uno dell’istituto, facendo intendere che il dato è di poco al di sopra del 2% fissato dalla Fed come obiettivo. Non solo. Il banchiere centrale si è mostrato fiducioso nel fatto che siano stati compiuti “sufficienti progressi” in materia di disinflazione e ha fatto capire che i dati sull’occupazione americana vanno bene: “Non cerchiamo né accogliamo con favore altri raffreddamenti delle condizioni del mercato del lavoro”, è stata la sua precisa affermazione a riguardo. Una scelta di parole che testimonia come la banca centrale miri ora a favorire uno scenario di atterraggio morbido, cioè la condizione per cui l’alto costo del denaro riduce l’inflazione ma non causa una recessione e relative conseguenze sugli impieghi.
La view dei gestori
Richard Clarida, global economic advisor di Pimco
Per Richard Clarida, global economic advisor di Pimco, l’espressione “è giunto il momento” indica chiaramente che la Fed taglierà i tassi di almeno 25 punti base nella riunione di settembre e poi segnalerà con le proiezioni dot plot “altri due adeguamenti della stessa entità a novembre e dicembre”. Tuttavia, è opinione dell’esperto che il discorso di Powell non sia così indicativo su come proseguirà la strategia monetaria della banca centrale nel medio-lungo termine. “È mancata una discussione specifica sulla destinazione del tasso dei federal funds alla fine di questo ciclo o sul ritmo dei tagli dei tassi lungo il percorso”, spiega, “e ciò lascia pensare che l’approccio resti data driven”. In tal senso, conclude l’esperto, determinante potrebbe sarà probabilmente il rapporto sull’occupazione di agosto in pubblicazione il 6 settembre.
Blerina Uruci, chief US economist di T. Rowe Price
Blerina Uruci, chief US economist di T. Rowe Price, concorda con questa aspettativa ma intravede un sentiero più tortuoso. “Dati sul mercato del lavoro più deboli del previsto possono sì indurre la Fed a tagliare dello 0,5%”, afferma, “ma la mia ipotesi di base vede una sforbiciata dello 0,25% in corrispondenza di ogni riunione da qui a dicembre”. Se l’economia USA si evolverà come l’esperta crede, quest’anno il costo del denaro sarà dunque assottigliato in misura minore del mezzo punto e l’entità totale degli allentamenti nei prossimi 12 mesi si attesterà tra 100 e 125 punti base anziché toccare i 200 attesi dal mercato.
George Brown, senior US economist di Schroders
George Brown, senior US Economist di Schroders, pensa addirittura che tagliare i tassi di 50 punti base in occasione della prossima riunione sia un errore. “Confonderebbe il messaggio sul successivo ritmo di allentamento”, precisa, “o alimenterebbe i timori di una recessione”. Dal suo punto di vista, la crescita americana sta infatti rallentando ma rimane comunque solida. E data l’incertezza sulla posizione di R-Star, cioè il tasso d’interesse reale al quale l’economia resta in equilibrio, è giustificato un approccio cauto e dipendente dai dati.
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