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Per l’agenzia di rating l’inflazione tornerà al 2% solo a fine 2025. E la Bce resterà falco facendo salire il rischio default. Niente tagli prima della seconda metà del 2024
Mentre i mercati cedono sempre più al timore che la stretta monetaria di Fed e Bce non sia ancora arrivata alla fine, risuona l’allarme per il credito europeo. Secondo S&P, i tassi ufficiali dell’Eurozona rimarranno infatti più alti più a lungo del previsto poichè l’inflazione rischia di tornare al target del 2% solo alla fine del 2025. Una situazione che inevitabilmente causerà un ulteriore irrigidimento delle condizioni di finanziamento, facendo aumentare il rischio default. Il costo del denaro elevato per un lungo periodo, si legge in un report dedicato, “peserà sulla crescita, mantenendo le condizioni di finanziamento rigide – ancora più rigide in termini reali – e aumenterà inevitabilmente l’attenzione sui flussi di cassa, sul costo del debito e sulla sostenibilità”.
Quattro rischi
S&P intravede quattro pericoli all’orizzonte, che “sono cambiati poco tra il secondo e il terzo trimestre”. A partire da un’economia europea stagnante e sull’orlo di una debole recessione ma anche dalle rigide condizioni di finanziamento, che espongono le vulnerabilità finanziarie. Con un tasso di default in graduale aumento verso il 3,75% nei prossimi trimestri. Da tenere d’occhio ci sono poi i rischi di coda legati all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e ancor di più i costi di rifinanziamento elevati: uniti alle valutazioni più basse, mettono infatti sotto pressione le qualità del credito immobiliare. Infine, l’agenzia punta anche l’attenzione sulle potenziali ricadute di un rallentamento economico in Cina più marcato delle attese e su un acuirsi delle tensioni commerciali.
Uno scenario che sta facendo diventare negativo il trend della qualità del credito, con il settore immobiliare che rimane uno dei più esposti. “Gli emittenti con rating speculative sono sottoposti a una pressione crescente, in particolare nei prodotti di consumo, nei media e nell’intrattenimento, che dipendono fortemente dalla spesa dei consumatori”, sottolinea Paul Watters, responsabile credit research Emea. Che precisa: “Questi settori probabilmente contribuiranno maggiormente all’aumento dei default europei”. Quanto alle banche del Vecchio Continente, invece, sebbene emergerà un deterioramento dell’asset quality, gli analisti Usa ritengono che le perdite su crediti dovrebbero normalizzarsi. Stesso discorso per i rating della finanza strutturata, visti solidi di fronte a uno stress modesto.
Eurolandia in frenata, possibile recessione
Già in un altro report sull’Eurozona, S&P ha messo in guardia circa la possibilità che tassi di riferimento della Bce restino alti per un periodo più lungo del previsto. L’agenzia non si aspetta infatti tagli prima della seconda metà del 2024, oltre a ritenere probabile un’accelerazione del processo di quantitative tightening. Da qui la sua scelta di ricalibrare le stime di settembre relative al Pil dell’Area, con dato aggregato è stato confermato allo 0,6% per il 2023 e allo 0,9% per il prossimo anno ma un cambiamento nella composizione geografica della crescita.
S&P prevede ora una maggiore contrazione in Germania (-0,2% e poi +0,6%) e un’espansione più decisa in Spagna (+2,1% e poi 1,6%). Per l’Italia le stime sono rispettivamente allo 0,9% quest’anno (ridotto da 1%) e allo 0,7% il prossimo (alzato da 0,6%). Mentre il tasso del Btp decennale è visto rispettivamente al 4,3% e al 4,7%. In termini di inflazione, gli analisti hanno poi abbassato le previsioni al 5,6% per il 2023 e confermato +2,7% per il 2024. Decisiva sarà, a loro parere, la resilienza del mercato del lavoro. “Con il carovita che continua a rallentare, la crescita dei salari aumenterà il reddito disponibile reale, allentando i vincoli di reddito per le famiglie e sostenendo i consumi. Una flessione pronunciata dell’occupazione potrebbe spingere l’economia dell’Eurozona verso una recessione”, conclude il report.
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