Per il gestore azionario di Lemanik la crisi energetica produrrà solo effetti temporanei, mentre il tycoon continuerà a sostenere Wall Street in vista delle midterm. Focus ancora sull’AI, ma l’attenzione si sposta sulle sull’indotto. In Italia banche nel mirino
Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik
Inflazione sotto controllo, banche centrali prudenti e mercati destinati a restare sostenuti anche grazie alla spinta politica americana. Mentre da più parti si evoca lo spettro della recessione globale come conseguenza della guerra in Iran, è questa la lettura che Andrea Scauri di Lemanik dà dell’attuale contesto macroeconomico. Il gestore azionario della casa è infatti convinto che l’attuale fase di volatilità non metta in discussione il trend positivo dell’equity, ancora trainato dall’intelligenza artificiale e dagli investimenti collegati alla nuova infrastruttura tecnologica globale. FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire questa view.
Perché nutre una convinzione contrarian rispetto agli effetti della crisi in Medio Oriente?
Quanto sta accadendo in Iran e nella regione del Golfo avrà sicuramente effetti sulla dinamica dei prezzi, soprattutto attraverso il canale energetico, ma ritengo che le spinte inflazionistiche avranno natura temporanea e non si tradurranno in uno shock strutturale o persistente. Oggi il mercato del petrolio presenta infatti una forte distorsione, perché i future viaggiano intorno ai 100-110 dollari al barile mentre il greggio fisico scambiato nell’area mediorientale quota anche 150-160 dollari: ciò significa che la curva forward viene probabilmente calmierata attraverso operazioni di hedging e quindi non riflette a pieno la quotazione del fisico.
Cosa si aspetta quindi da BCE e Fed?
Le banche centrali guardano soprattutto alle aspettative di medio-lungo periodo, al famoso ‘five year forward five year’, e difficilmente reagiranno in modo aggressivo a uno scossone che loro stesse considerano limitato nel tempo. La BCE potrebbe eventualmente dare un segnale con un rialzo molto modesto dei tassi, ma più come messaggio al mercato che per reale necessità di contrastare l’inflazione: l’Eurozona viene infatti da anni di crescita stagnante e l’economia, anche volendo, farebbe fatica a reggere l’urto di un forte irrigidimento della politica monetaria. Negli Stati Uniti la situazione è quasi opposta: la Fed, soprattutto con un futuro governatore più vicino alle istanze dell’amministrazione Trump, potrebbe cioè assumere un atteggiamento addirittura più accomodante di quello tenuto nei mesi scorsi.
Come interpreta il recupero messo a segno dalle Borse, dopo la correzione iniziale di marzo?
Gli investitori hanno iniziato a interiorizzare che l’Europa, pur essendo apparentemente l’anello debole della catena globale sul fronte energetico, è in realtà molto più strategica di quanto sembri. A differenza degli Stati Uniti, che producono sì petrolio ma sono soggetti a limiti importanti nella raffinazione del cosiddetto ‛sour oil’, il Vecchio Continente dispone infatti di una capacità di raffinazione fondamentale anche per soddisfare parte della domanda americana di benzina e diesel. Questo ha un’implicazione molto concreta e di immediata comprensione: Washington non ha alcun interesse a lasciare l’UE isolata o priva di approvvigionamenti energetici, perché a risentirne sarebbe anche e soprattutto l’economia americana.
Si aspetta ancora volatilità sui mercati azionari nei prossimi mesi?
La volatilità resterà elevata, ma mi aspetto che dal governo repubblicano arrivi un forte supporto ai listini. Ci sono due elementi molto concreti che spingono in questa direzione. Il primo è il prezzo della benzina negli Stati Uniti, che ha superato i 4 dollari al gallone e sta iniziando a preoccupare seriamente l’elettorato USA. Il secondo riguarda le midterm, perché nessuna amministrazione della storia americana è arrivata bene alle elezioni di metà mandato con una borsa debole o consumatori sotto pressione. E se pensiamo che proprio il buon andamento dell’economia è stato assunto da Trump come elemento identitario della propria presidenza, diviene immediatamente chiaro quanto sia cruciale per lui fare di tutto per evitare uno scenario di mercato destabilizzante.
Sta dicendo che gli Stati Uniti resteranno il principale mercato azionario globale?
Dal punto di vista nominale probabilmente sì, soprattutto grazie al peso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. La vera domanda da porsi è se sia ancora conveniente anche per noi europei. E la risposta non coinvolge solo le valutazioni. In questa stagione storica, per un investitore del Vecchio Continente, il tema davvero cruciale è infatti quello del cambio. Se il dollaro continuerà a indebolirsi, parte della performance delle borse USA verrà erosa una volta convertita in moneta unica e il rendimento reale di chi opera sulla sponda orientale dell’Atlantico verrà eroso in maniera significativa. Mi aspetto quindi che la corsa dell’equity europeo continui, alimentata però dalla domanda locale più che da quella internazionale.
Ha menzionato l’intelligenza artificiale. Pensa resterà il driver principale anche nei prossimi mesi o i dubbi sulle valutazioni stanno ridimensionando il tema?
Lo resterà ma con un cambio di direzione. Dopo l’euforia della prima ora, il mercato ha avviato una fase di screening e sta iniziando a spostarsi dalle Big Tech alle società che beneficiano dei loro investimenti in AI indirettamente. Non sono infatti tanto Microsoft e Meta o Alphabet ad aver registrato le performance migliori negli ultimi mesi, quanto le aziende che forniscono infrastrutture e componenti per datacenter e i hyperscaler. Il tema su cui gli investitori si concentreranno d’ora in poi è quanto gli algoritmi riusciranno a incidere sui conti economici delle aziende nei prossimi anni: se davvero porteranno maggiore efficienza e incremento dei margini, allora l’attuale ciclo di investimenti potrebbe essere soltanto all’inizio. È chiaro che sulle valutazioni entriamo in un terreno complicato, perché diventa difficile stabilire quante volte il fatturato sia corretto pagare certe realtà. In alcuni casi il mercato appare molto tirato, soprattutto negli Stati Uniti, ma il trend resta fortissimo e continua ad alimentare il momentum azionario.
Oltre alla tecnologia vede altri settori interessanti?
La difesa ha già vissuto gran parte del suo rerating, con titoli come Rheinmetall o Leonardo che hanno più che raddoppiato i multipli e oggi incorporano già aspettative di crescita molto elevate. Inoltre, iniziano a emergere dubbi sulla velocità con cui l’Europa implementerà concretamente i piani di spesa militare. I comparti che continuo a vedere interessanti sono invece quelli collegati indirettamente agli investimenti sull’intelligenza artificiale: sistemi di raffreddamento per data center, infrastrutture energetiche, componentistica per la trasmissione dati. In Europa esistono aziende molto esposte a questo trend che presentano ancora valutazioni ragionevoli.
E sui mercati emergenti qual è la sua view?
Più che lo scenario geopolitico, dove gli sviluppi del conflitto mediorientale restano incerti insieme ai loro effetti sulle varie aree del mondo, bisogna osservare con attenzione ciò che sta succedendo nella filiera più rilevante per il blocco: i semiconduttori. Apple ha infatti recentemente dichiarato che farà maggiore utilizzo di chip Intel e Samsung, riducendo progressivamente la dipendenza dalla taiwanese TSMC. Un annuncio che può essere interpretato come l’inizio di una strategia americana di rilocalizzazione produttiva e riduzione della dipendenza asiatica. Se la tendenza dovesse rafforzarsi, alcuni mercati EM potrebbero subire un rallentamento nei flussi legati alle catene globali di approvvigionamento.
Le banche italiane continuano a mostrare fondamentali solidi. I livelli di non performing exposure sono molto bassi e ciò consente di mantenere un costo del rischio contenuto. Diverso il discorso per i consumi ciclici: qui vedo infatti maggiori difficoltà, perché il cittadino europeo ha già subito un forte deterioramento del potere d’acquisto e difficilmente riuscirà ad assorbire ulteriori aumenti di prezzo. In altre parole, se nel 2020 molte aziende riuscivano a trasferire integralmente l’inflazione sui consumatori, oggi questo meccanismo è molto più complicato. Ed è anche uno dei motivi per cui la BCE non può permettersi politiche monetarie troppo restrittive: il rischio sarebbe quello di un’eccessiva compressione della domanda interna.
Lo stile growth resta quindi favorito rispetto al value?
Secondo me sì e forse ancora più di prima. Se i settori value tradizionali vedranno margini sotto pressione, allora le società growth continueranno a beneficiare di una dinamica degli utili molto più favorevole. Il vero campanello d’allarme arriverà eventualmente quando le Big Tech inizieranno a ridurre il capex sull’intelligenza artificiale. Se Microsoft e Meta o Alphabet dovessero dire che il ciclo di investimenti ha raggiunto il picco, allora probabilmente assisteremmo a una revisione importante di tutto il comparto. Ma al momento quel segnale non si vede ancora”.
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