Forvis Mazars: il 55% dei portafogli registra performance in linea con le attese a tre anni, contro il 44% della media globale. Tra gli altri vantaggi, qualità della leadership ed equilibrio tra growth capital e leveraged buyout
Stabile e prevedibile, tanto che il 55% delle operazioni di exit chiude in linea con il piano previsto a inizio investimento a fronte del 44% di media mondiale. È questa la forza del private equity italiano, che si dimostra più solido e meno volatile rispetto ai mercati internazionali anche in un’economia globale segnata da crescenti complessità geopolitiche. Lo certifica il Global Report 2026 di Forvis Mazars, che ha coinvolto oltre 800 professionisti in tutto il mondo e più di 50 grandi operatori del panorama tricolore, fotografando un settore che sta uscendo da uno stadio di turbolenza per entrare in una fase di maggiore stabilizzazione e disciplina nella creazione di valore.
Da qui in avanti, la crescita strategica cross-border e la creazione di valore guidata dalla tecnologia saranno le chiavi per arrivare alla piena maturità. Il report evidenzia infatti un clima di crescente ottimismo nonostante le incertezze, con due terzi dei fondi italiani che si dichiarano fiduciosi sulla crescita del portafoglio nel 2026. Sebbene la raccolta di capitali rimanga complessa, la disponibilità di dry powder resta elevata: la sfida per quest’anno sarà quindi non tanto l’accesso alle risorse, quanto la capacità di allocarle efficacemente in asset di qualità e in settori resilienti.
Un mercato di certezze in un mondo volatile
Maurizio Galati, direttore financial advisory di Forvis Mazars
L’analisi evidenzia come il private equity tricolore si distingua per un’eccezionale capacità di esecuzione e di anticipazione delle dinamiche di mercato. Rispetto al panorama globale, dove le performance sono spesso imprevedibili, il nostro Paese mostra infatti un profilo di rischio-rendimento più stabile. Questa elevata affidabilità è confermata anche dal livello di soddisfazione: due terzi dei fondi di casa non rinuncerebbero a più del 10% delle operazioni concluse in passato. “Il contesto di mercato incide in modo significativo sulla performance degli investimenti perchè alcune operazioni di exit risultano più complesse e il ricorso alla leva finanziaria può comportare rischi più elevati”, osserva il director financial advisory di Forvis Mazars in Italia Maurizio Galati. Tuttavia, secondo l’esperto, “mediante una strategia adeguata, è possibile governare tali dinamiche e compensare eventuali flessioni di rendimento, poiché rientra nella natura stessa dell’attività del private equity”.
Altra peculiarità del nostro Paese è che non si registra una prevalenza di strategie di growth capital (73%) ma esiste un mix più bilanciato. Il 64% dei rispondenti italiani indica infatti il leveraged buyout (le acquisizioni societarie del debito come leva finanziaria per ottenere la maggioranza e il controllo) come strategia prevalente e solo dopo gli investimenti a sostegno di imprese già consolidate e mature (60%). Un equilibrio che, secondo gli esperti di Forvis Mazars, riflette una cultura d’investimento nazionale ancora fortemente orientata al controllo delle imprese e alla strutturazione finanziaria delle operazioni, ferma restando la grande attenzione al supporto della crescita industriale.
Le sfide principali
Ovviamente le sfide non mancano. Prime fra tutte l’incertezza geopolitica e l’evoluzione del mercato, che secondo la maggioranza dei fondi di private equity (64%) saranno le principali tendenze esterne a pesare sulle performance di portafoglio. Ne deriva che molti stanno ponendo maggiore attenzione agli effetti degli sviluppi geopolitici sui loro settori di riferimento, adottando un approccio più prudente ma senza rinunciare ad alcune nuove opportunità nell’ambito delle operazioni di M&A.
Per i fondi italiani, la vera sfida ma anche la principale opportunità riguarda poi le persone. Il report evidenzia infatti una particolare sensibilità verso i temi di governance: la mancanza di allineamento con il management è indicato come una criticità dal 40% dei fondi, contro il 23% della media globale. Ne consegue che lo strumento principale per mitigare i rischi finanziari e operativi venga individuato dai più (60%) nell’attenta selezione della leadership, affiancata da un monitoraggio rigoroso dei KPI e dal supporto diretto all’esecuzione della strategia. Un dato che riflette la centralità della dirigenza nel guidare la crescita, sostenere la trasformazione delle società partecipate e garantire continuità nei risultati.
Tecnologia e AI nuovi motori del portafoglio
Quanto alla competitività del portafoglio, la scelta dei segmenti su cui concentrarsi si fa sempre più strategica. Il comparto Technology, Media & Telecommunications (TMT) ha ufficialmente superato i servizi finanziari a livello globale ed è la priorità assoluta anche in Italia (58%), supportato dalla continua digitalizzazione delle imprese e dalla domanda crescente di servizi innovativi. Parallelamente, l’intelligenza artificiale si sta evolvendo da tecnologia sperimentale a fattore abilitante lungo l’intero ciclo dell’investimento. Nel nostro Paese, rimarca il report, l’integrazione di strumenti di data analytics e algoritmi è ormai considerata essenziale per trasformare le strategie di portafoglio in performance misurabili. L’adozione di modelli predittivi e soluzioni AI-driven consente infatti di affinare la valutazione dei rischi, accelerare i processi decisionali e identificare leve di creazione di valore non immediatamente evidenti.
Secondo il report di Peregrine Communications, il 73% dei wealth manager e private bank mostra una presenza visibile negli alternativi. Ma solo il 40% dispone di una sezione dedicata online. La distanza tra capacità d’investimento e abilità di raccontarla rischia di diventare un nuovo fattore competitivo
Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Secondo le stime di Neuberger Berman, l’88% prevede di investire entro cinque anni. In testa private equity e infrastrutture. A far da traino è la domanda di diversificazione. La conoscenza degli ELTIF sale al 74%. Gli italiani preferiscono i fondi draw-down
Uno studio mostra che l’apertura al retail può spingere i fondi alternativi a puntare su società meno mature e a mantenerle per un tempo maggiore in portafoglio, con effetti positivi anche sui risultati. Ma serve che i nuovi investitori abbiano un approccio paziente. In caso contrario, si rischia una pressione verso exit premature
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Nel secondo semestre il nuovo indice messo a punto dalla società per saggiare il polso degli investitori resta ben sopra la soglia neutrale, pur arretrando dai 60,1 punti del primo semestre. Condizioni di finanziamento favorevoli ai lender e impegni istituzionali resilienti fanno da traino. Stabile la qualità del credito
Una survey di KKR rileva un interesse crescente tra i clienti con almeno 500mila dollari di asset. Ma il 42% indica la mancanza di informazioni come principale barriera. Per il 53% il confronto in presenza con il consulente resta il canale preferito per orientarsi
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Normativa europea, prodotti semiliquidi e una base di risparmio solida rendono il Belpaese un mercato ad alto potenziale per gli alternativi. Ma aprire le porte agli investitori retail non basta
Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato