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Uno studio Censis-Confcooperative segnala il crollo del tasso sostituzione: per chi inizia a lavorare oggi scenderà al 64,8%. Italia prima in Ue per spesa pensionistica, ma terzultima per retribuzioni
Per i trentenni il futuro post lavorativo si preannuncia grigio: il loro assegno previdenziale sarà infatti più leggero del 17% rispetto a quello dei genitori. È quanto emerge dal Focus ‘Pensioni, ipoteca sul futuro?’ di Censis-Confcooperative, secondo cui il tasso di sostituzione è destinato a crollare nei prossimi anni. I numeri parlano chiaro: chi ha cominciato a lavorare nel 1982, ed è andato a riposo nel 2020 a 67 anni e con 38 anni di contributi, può contare su una pensione con un tasso di sostituzione della retribuzione dell’81,5%. Chi invece è stato assunto nel 2022, e lascerà nel 2060 alla stessa età e con la stessa carriera, dovrà accontentarsi del 64,8% della busta paga.
Un’ipoteca sul futuro
“Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d’Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori, ben 7,7 milioni in meno, entro il 2050”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, secondo cui si tratta del “frutto di dinamiche incrociate degli ultimi trent’anni”. A parità di anni lavorati e di continuità contributiva, infatti, la generazione più giovane sperimenterà una prestazione pensionistica significativamente più contenuta, con 16,7 punti in meno rispetto a quella dei propri genitori. Insomma, la distanza tra ultima busta paga e primo assegno previdenziale raddoppia: era il 18,5% nel 2020 e sarà del 35,2% nel 2060.
Italia terzultima in Ue per retribuzioni
La situazione reale peggiora ulterioremente se si guarda anche all’andamento delle buste paga. Non solo, infatti, scende il tasso di sostituzione, ma è fragile anche la base di partenza. L’Italia si colloca al venticinquesimo posto in Europa per incidenza dei salari sul Pil con appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38%della Francia e il 37,1% della Spagna. Un divario, si legge nella ricerca, che dura da trent’anni e che si è cristallizzato in un equilibrio al ribasso persistente nel tempo.
7,7 milioni di lavoratori in meno nel 2050
Ad aggravare il quadro c’è poi l’andamento demografico. Tra il 2025 e il 2050, nel nostro Paese la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità, pari a una contrazione del 20,5%, da 37,3 milioni a 29,7. Questa dinamica, in presenza di livelli di povertà già elevati e di una quota rilevante di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, renderà ancora più persistenti le fragilità sociali. Di contro, Roma presenta il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al Pil tra i Paesi europei: 15,5% nel 2023, contro una media Ue del 12,3%. Un dato che, spiegano gli esperti, riflette l’invecchiamento demografico del Paese (quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni) e le politiche previdenziali degli ultimi decenni.
Quasi due milioni e mezzo di working poor
Secondo lo studio, il problema non riguarda solo il futuro. Oggi in Italia lavorare non garantisce più automaticamente di uscire dalla povertà. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni risulta a rischio indigenza, per un totale stimato di circa 2,4 milioni di persone. E tra i giovani occupati di 20-29 anni, l’incidenza sale al 12%: 349mila individui. Le famiglie con persona di riferimento operaia registrano un’incidenza della povertà assoluta pari al 15,6%, mentre tra dirigenti, quadri e impiegati la quota scende al 2,9%.
I gap generazionale e di genere
Infine, secondo i dati Inps riferiti al 2024, in Italia ci sono oltre 16,3 milioni di pensionati, con importi medi mensili lordi di 2.142 euro per gli uomini e 1.595 euro per le donne, per una media complessiva di 1.861 euro. In pratica il reddito previdenziale medio attuale è solo leggermente inferiore alla retribuzione lorda media annua nel settore privato, che si attesta a 24.486 euro. Tuttavia ci sono profonde asimmetrie. Il gender pay gap raggiunge infatti il 29,1%: gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all’anno rispetto alle donne (27.967 euro contro 19.833 euro). E il divario generazionale non è da meno: a parità di qualifica, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), pari a quasi 11.880 euro all’anno.
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