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Per Louvet (Ofi Invest Am), il metallo giallo merita ancora un ruolo chiave nei portafogli. Infatti beneficerà sia di un accordo di pace in Medio Oriente sia di un proseguimento delle tensioni. La prova? Gli acquisti delle banche centrali
Dopo la corsa a perdifiato di inizio anno, per l’oro si è aperto un periodo complicato che non sembra conoscere fine. A pesare sono soprattutto le tensioni in Medio Oriente, che continuano a riaccendersi facendo temere per un ripresa duratura dell’inflazione, e l’attesa dei mercati di un aumento dei tassi da parte delle principali banche centrali, Fed compresa. Tutto questo infatti, unito a un dollaro forte e alle super Ipo AI, ha portato a profonde revisioni dei portafogli a discapito del metallo giallo e di altre commodity. Così il lingotto si appresta a chiudere il terzo mese consecutivo in rosso e la domanda che molti investitori si stanno ponendo da settimane è se non sia arrivato il momento di scaricare il bene rifugio per eccellenza. Benjamin Louvet, head of commodities di Ofi Invest AM, però non ha dubbi: uscire ora potrebbe essere un grave errore. I fattori strutturali che sostengono la crescita dell’asset class sono infatti ancora tutti integri. E per capirlo bisogna guardare proprio agli istituti centrali.
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Dinamiche negative di breve periodo
Secondo l’esperto, tutte le dinamiche che stanno zavorrando il metallo giallo sono di breve periodo e farci troppo affidamento per determinare le performance future può essere molto pericoloso. “Basti pensare che il prezzo del greggio è notevolmente diminuito, portando già a una revisione delle prospettive inflazionistiche”, fa notare.
I trend di crescita strutturali sono integri
Di contro, i trend di crescita strutturali sono ancora ben presenti, primo tra tutti l’acquisto di grandi quantità di riserve auree da parte degli istituti centrali. “È vero che la Banca di Turchia e quella russa hanno venduto rispettivamente 130 e 70 tonnellate d’oro, ma il World Gold Council parla comunque di acquisti per 244 tonnellate nel primo trimestre di quest’anno, in linea con gli anni precedenti”, analizza. Aggiungendo che la Banca Popolare Cinese ha comprato altre 10 tonnellate a maggio, dopo le 8 di aprile, mettendo a segno i maggiori acquisti da parte di un’istituzione dal dicembre del 2024, nonché il 19esimo mese consecutivo di aumento delle riserve. Inoltre, prosegue Louvet, “in un contesto di investimenti in calo, le posizioni assunte dagli istituti centrali sono rassicuranti per il metallo giallo, soprattutto dopo che la Bce lo ha definito come l’asset di riserva più importante per un’ottica di lungo periodo, anche più dei Treasury”.
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Oro in ripresa con la pace…
L’esperto non nega che il lingotto potrà entrare in una fase di ripresa solida solamente se Usa e Iran riusciranno a raggiungere un accordo definitivo. “Solo in questo caso le problematiche che si riscontravano prima del conflitto, ovvero gli elevati livelli di debito e il calo di fiducia negli Usa, torneranno a essere la preoccupazione principale per gli investitori”, spiega. E questo perché prezzi energetici più bassi attenuerebbero le aspettative di inflazione, ridurrebbero quelle di aumenti dei tassi e indebolirebbero il dollaro. Tutto questo, a suo parere, sosterrebbe infatti un rinnovato interesse per l’oro e la conseguente riallocazione dei portafogli. “I movimenti di mercato del 12 giugno hanno confermato questo scenario, con la performance intraday che è stata di oltre il 3%”, rimarca.
…e con lo scontro
Se però i negoziati dovessero fallire, i mercati potrebbero scontare un rallentamento più deciso dell’economia globale. E Louvet ricorda come Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, abbia già indicato chiaramente i rischi: “Se lo Stretto fosse chiuso di nuovo o fosse gestito con condizioni peggiorative rispetto al passato, l’aumento del consumo di petrolio che di solito si riscontra d’estate potrebbe generare costi molto alti, visto che le alternative all’approvvigionamento mediorientale sono limitate”, chiarisce. In uno scenario del genere, gli investitori passerebbero quindi a scontare non più l’inflazione, ma la stagflazione. E questo, precisa, “implicherebbe probabilmente una correzione dei mercati azionari, attualmente vicini ai massimi storici”. Tuttavia, se da un lato è innegabile che l’oro potrebbe subire ulteriori cali a causa delle liquidazioni dettate dai margini degli asset core, per l’esperto è anche vero che queste sarebbero di breve periodo: “Nel lungo termine il metallo giallo andrebbe a beneficiare della domanda di beni rifugio che si riscontra sempre in queste situazioni”, assicura.
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Il metallo giallo merita un ruolo chiave nei portafogli
Insomma, per l’head of commodities di Ofi Invest Am, il recente calo delle quotazioni dell’oro riflette l’elevata instabilità e la scarsa visibilità dell’attuale contesto economico. Ma a prescindere dall’evoluzione dei negoziati, raccomanda, “gli investitori dovranno adeguare le proprie strategie in modo da dare al metallo giallo un ruolo chiave nei portafogli, dato che i fattori strutturali che ne sostengono la crescita non sono stati intaccati dalla crisi geopolitica in corso in Medio Oriente”. La prova più evidente? “Il costante impegno delle banche centrali ad aumentare le proprie allocazioni”, conclude.
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