Per Scott DiMaggio (AllianceBernstein), il rallentamento della raccolta non segna affatto la fine dell’obbligazionario. Con tagli dei tassi imminenti e un dollaro più debole, l’high yield europeo resta tra i segmenti favoriti insieme al debito EM. Qualità, poca duration e selezione per domare l’asset class
Scott DiMaggio, global head of Fixed Income di AllianceBernstein
Le tensioni commerciali in fase di rientro, la volatilità dei mercati valutari e i timori per l’esplosione del debito pubblico in molte delle maggiori economie occidentali stanno ridisegnando le mappe della gestione obbligazionaria. Prova ne sono le rilevazioni di Assogestioni sui flussi mensili verso i fondi comuni, che mostrano una certa difficoltà per i prodotti incentrati sul reddito fisso a fronteggiare il ritorno in auge degli azionari. Eppure, non è il momento di mettere l’asset class in un cassetto. È questo il messaggio che arriva da Scott DiMaggio, global head of Fixed Income di AllianceBernstein, secondo cui il rallentamento dei flussi non equivale a un disimpegno. Anzi: nel secondo semestre dell’anno, la combinazione di stimoli fiscali, nuove emissioni in Europa e correzioni sul dollaro potrebbe creare nuove opportunità.
Il reddito fisso si prepara a una stagione di secondo piano rispetto all’equity?
I bond continuano ad attrarre capitali esattamente come la liquidità e l’azionario. Piuttosto, il rinnovato interesse per l’equity potrebbe riflettere il comportamento di quegli investitori che sono usciti troppo presto dal mercato a causa dei dazi e ora cercano di rientrarvi. Sul fronte obbligazionario, soprattutto nel Vecchio Continente, la performance del primo semestre è stata infatti solida e il momentum resta ancora positivo. E non vendiamo un disimpegno sistematico neppure negli Stati Uniti, ma solo qualche ribilanciamento marginale.
Quindi l’eccezionalismo USA non è finito? Come inquadra i deflussi dai Treasury?
Attenzione a distinguere tra dati e narrativa. Negli ultimi mesi si è parlato molto della presunta crisi dei Treasury o della perdita dello status di Paese privo di rischio per gli Stati Uniti, ma i fondamentali e gli utili delle aziende raccontano una storia diversa: il contesto non è compromesso e le alternative restano limitate. Va poi detto che per l’obbligazionario vale un discorso a parte rispetto alla retorica dell’eccezionalismo, che ho sempre trovato più calzante al mercato azionario. Quando i rendimenti dei bond sono saliti nei primi mesi dell’anno, lo hanno fatto in un contesto di crescita economica forte e aspettative di tagli dei tassi Fed posticipati. Con il rallentamento macro in atto, il mercato sta tornando a prezzare due o tre sforbiciate entro fine anno e questo riaccende l’interesse per il comparto.
Quali occasioni vede invece in Europa? I piani di spesa della Germania possono davvero essere un motore per nuove emissioni e moltiplicare le opportunità per gli investitori?
La linea assunta dai tedeschiin materia di deficit potrebbe effettivamente generare nuove emissioni e stimolare l’attività di mercato, ma è ancora presto per trarre conclusioni. Al di là di questo, nel Vecchio Continente continuiamo a vedere buone opportunità. Su tutti, ciò che ci interessa di più è il credito high yield: nonostante gli spread si siano compressi rispetto ai picchi raggiunti durante il sell-off, i livelli di rendimento restano attorno al 5% e si confermano ben superiori al 2% del periodo di tassi negativi. Altro segmento su quale ci sembra il caso di puntare lo sguardo è quello dei bond sovrani: crediamo infatti che nei prossimi anni assisteremo a un aumento delle emissioni, fenomeno che potrebbe non solo offrire nuove occasioni di investimento ma anche sostenere la crescita economica dell’area.
Che ruolo giocheranno invece le traiettorie di politica monetaria della Fed e della BCE? Cosa si aspetta dai percorsi delle due banche centrali nei prossimi mesi?
Nel secondo semestre ci aspettiamo che la BCE prosegua con il ciclo di tagli e porti i tassi sotto il 2% entro fine anno: la nostra previsione di riferimento è attualmente intorno all’1,75%, il che implica almeno altri due interventi da qui a dicembre. Per la Fed prevediamo un percorso simile, ma leggermente più incisivo: da due a tre sforbiciate, soprattutto se l’economia statunitense continuasse a rallentare. La direzione, dunque, è quella di un allentamento più o meno condiviso: Washington e Francoforte si stanno muovendo verso politiche accomodanti, anche se da punti di partenza diversi. E un fattore importante, in questo quadro, riguarda le aspettative di mercato: sebbene gli investitori stiano iniziando a prezzare parte delle misure, potrebbero comunque sottostimare l’entità dell’allentamento complessivo.
Restiamo al quadro macro: cosa si aspetta dalla crescita economica e quali potrebbero essere gli impatti delle politiche di Trump nei prossimi mesi sull’asset class?
Nonostante le incognite che ancora circondano la politica commerciale, l’attenzione si sposta sulla manovra fiscale del tycoon e sull’impatto che avrà in termini sia di Pil sia di debito. E se i più si dicono pessimisti, noi siamo convinti che le tante misure annunciate potrebbero fornire uno stimolo aggiuntivo con cui bilanciare il rallentamento atteso per l’economia nei prossimi anni. Un fattore chiave resterà però il dollaro: una combinazione di politica fiscale espansiva e orientamento monetario più accomodante, come quella che si sta delineando, ha quasi sempre esercitato pressione ribassista sulla valuta e non crediamo che questa volta sarà diverso. Per il Vecchio Continente significherebbe un euro più forte, quindi un aiuto sul fronte dell’inflazione ma anche un potenziale ostacolo alla competitività. Quel che è certo è che l’amministrazione Trump ha più parlato della volontà di tenere sotto controllo i rendimenti obbligazionari e di una svalutazione della moneta.
In questo scenario, quali sono i segmenti più promettenti?
L’high yield europeo e americano ci piace particolarmente, non solo per i ritorni offerti ma anche per la qualità dei fondamentali aziendali e per il supporto tecnico del mercato: ogni volta che i rendimenti salgono, vediamo afflussi di capitale in crescita. La debolezza del dollaro e una crescita globale più moderata dovrebbe invece offrire una sponda al reddito fisso dei mercati emergenti: queste condizioni hanno infatti rappresentato storicamente un buon contesto per la performance dell’asset class, che negli ultimi venti o trent’anni ha faticato a esprimere appieno il proprio potenziale.
Quali sono le strategie dei vostri fondi USA ed Europa?
In entrambe le nostre strategie primarie dedicate al reddito fisso, cerchiamo un approccio che minimizzi la volatilità senza sacrificare la componente income. Questo significa andare a selezionare le emissioni che garantiscano un flusso cedolare interessante ma anche orientarsi a una duration non eccessiva, con preferenza per il credito corporate rispetto ai titoli sovrani. In Europa siamo posizionati sul segmento high yield per sfruttare il sell off dei mesi scorsi e crediamo che il rallentamento della crescita, unito all’orientamento espansivo delle banche centrali o alla possibile ripresa dell’euro, creerà uno scenario favorevole a scadenze di cinque anni. Negli Stati Uniti, l’approccio segue una logica simile: anche il focus è su titoli dal medesimo orizzonte temporale, ma con un’attenzione più marcata alle scadenze brevi. Crediamo che le parti corte della curva siano infatti le più reattive a eventuali cambi di orientamento della Fed e offrano una buona combinazione tra rendimento e controllo del rischio. A livello di comparti, ci piacciono gli MBS garantiti e i CLO di alta qualità.
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