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Secondo l’agenzia, al momento un cambio di regime completo è improbabile. Ma la tensione è destinata a rimanere alta. Ecco cosa può accadere e il potenziale impatto sul credito
Mentre tutto il mondo guarda a Davos e alla Groenlandia, in Iran la temperatura continua a salire. E una possibile escalation militare con gli Stati Uniti di Donald Trump resta per i mercati un rischio da allarme rosso. Dopo aver fermato con uccisioni di massa le enormi proteste della popolazione, il regime degli Ayatollah sta infatti continuando a reprimere il dissenso e ha lanciato a Washington il monito finora più esplicito e diretto: “Risponderemo con tutto ciò che abbiamo a disposizione se subirermo un nuovo attacco”. Secondo gli analisti di S&P Global Ratings, al momento la minaccia di uno scontro sembra essersi attenuata, ma le tensioni persistenti continuano a rappresentare un pericolo reale e rischiano di produrre un impatto negativo sui rating creditizi regionali.
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Washington non interverrà militarmente. Per ora
Per S&P, qualsiasi escalation tra l’Iran e gli Stati Uniti o i suoi alleati porterebbe a un ulteriore aumento dell’incertezza globale. Tuttavia, è improbabile che influisca in modo significativo sui rating sovrani e bancari del Medio Oriente. Lo scenario di base degli analisti stima infatti che Washington non sia per ora disposta a perseguire un cambio di regime diretto e completo attraverso un intervento militare. Inoltre, i leader politici e gli apparati di sicurezza iraniani appaiono ancora ben coesi. Per questo, si legge nel report dell’agenzia, “senza un’alternativa credibile e organizzata all’attuale governo, un cambio di regime completo appare al momento improbabile”.
Rating sovrani e bancari del Medio Oriente resilienti
Secondo S&P, i rating sovrani e bancari del Medio Oriente dovrebbero rimanere resilienti di fronte alla maggior parte degli scenari di tensione tra Stati Uniti e Iran. E la dimostrazione arriva proprio dai precedenti episodi di forte escalation del rischio geopolitico. Inoltre, i buffer finanziari accumulati restano un fattore di sostegno nelle valutazioni. In questa fase, l’agenzia è comunque convita che qualsiasi conflitto militare tra le due potenze consisterebbe in azioni limitate e senza vittime. Da escludere sono poi eventuali offensive ai danni delle infrastrutture critiche nelle economie dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in particolare dopo i recenti sforzi del CCG e di Teheran per migliorare le relazioni bilaterali. “Una risposta di ritorsione più ampia comporterebbe significativi rischi di escalation e minerebbe ulteriormente la già fragile posizione economica di Teheran”, viene spiegato nel report, “aumentando così il rischio di nuovi disordini interni”,.
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Crisi prolungata e prospettive incerte
L’aumento del rischio di escalation, secondo l’agenzia, fa comunque prevedere una crisi prolungata e prospettive incerte. “Date le profonde lamentele economiche del popolo iraniano,, avvertono gli analisti, “una risoluzione a breve termine appare improbabile e questo aumenta la probabilità di una persistente instabilità interna che potrebbe ulteriormente infiammare le tensioni geopolitiche regionali”. S&P aggiunge poi che i dazi statunitensi sui partner commerciali del regime degli Ayatollah e la possibilità di ulteriori sanzioni da parte dei Paesi europei potrebbero peggiorare la situazione. Un’intensificarsi della pressione in tal senso rischia anche ridurre la probabilità di un rapido ritorno a negoziati significativi sulla revoca delle sanzioni o sul programma nucleare iraniano e di aumentare il rischio che le autorità di Teheran ricorrano a misure più repressive. Allo stesso tempo resta anche la possibilità che un ripristino delle capacità atomiche del regime possa provocare nuove azioni da parte di Israele o degli stessi USA.
Dallo stop agli scambi commerciali un rischio per il rating
Secondo l’agenzia, i canali attraverso cui queste dinamiche potrebbero esercitare pressione sull’affidabilità creditizia regionale sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto all’escalation dell’estate scorsa. Tra questi ci sono l’interruzione delle principali rotte di trasporto, il rallentamento della crescita del settore privato non petrolifero, flussi di investimento più deboli, una maggiore volatilità dei prezzi dell’energia, una riduzione del turismo, un aumento della spesa per la sicurezza e una minore fiducia di consumatori e investitori. “I deflussi di capitali o i minori afflussi potrebbero svolgere un ruolo più significativo e aggiungere tensione ai sistemi finanziari regionali”, viene rimarcato. Concludendo che, “nonostante possano verificarsi movimenti di popolazione e di capitali, anche all’interno dei sistemi bancari, un impatto significativo rimane improbabile salvo scenari gravi”.
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