L’indice dei prezzi al consumo sale al 3,1% in agosto, mentre la componente core resta stabile e segnala la mancanza di effetti secondari dalla crisi in Medio Oriente. Per i gestori, la pausa a settembre è scontata ma sarà il preludio a nuovi rialzi dei tassi nei mesi successivi. Su quanti e di quali entità, resta il dubbio
La morsa dell’inflazione non smettere di attanagliare il Regno Unito. L’indice dei prezzi al consumo di agosto si è infatti attestato al 3,1%, segnando un aumento di 20 basis points rispetto al 2,9% del mese precedente. A evidenziarlo è la rilevazione periodo dell’Office for National Statistics (Ons), l’equivalente del nostro Istat, secondo cui il dato si confronta però con una componente core rimasta stabile al 2,9%. Un risultato bifronte che sembra concedere un po’ di ossigeno alla Bank Of England in vista della riunione di politica monetaria del 17 settembre, con gestori e mercati sempre concordi nell’attendersi almeno due rialzi dei tassi ma solo nei mesi successivi.
L’impennata del price consumer index (CPI) è stata principalmente alimentata dai rincari dei costi dei trasporti, in particolare dei carburanti, ma anche delle spese per l’abitazione e i servizi domestici. I prezzi dei primi sono infatti aumentati del 4,6% nei 12 mesi, mentre quelli dei secondi hanno registrato un incremento del 4,3%. Questi fattori esterni, spesso legati a dinamiche geopolitiche come il conflitto in Iran, stanno però esercitando una pressione al rialzo sul carovita complessivo anziché su quello di fondo. Una distinzione fondamentale per la BoE e il suo presidente Andrew Bailey, che hanno così ricevuto qualche rassicurazione in più sulla possibilità di mantenere la dinamica inflattiva sotto controllo nel medio-lungo termine. Anche per questo il mercato assegna il 20% di probabilità all’ipotesi di un aumento dei tassi nell’ordine dei 25 punti base, preferendo scommettere al 75% sul fatto che due ritocchi ci saranno ma solo nei prossimi mesi.
Tassi, il mercato guarda già a novembre
Le indicazioni dei gestori convergono sulla possibilità che la BoE mantenga il bank rate al 3,75% nella riunione imminente, pur adottando un tono più restrittivo alla luce del nuovo rialzo dei prezzi dell’energia. Per Rushabh Amin, Multi Asset Solutions Portfolio Manager di Allspring Global Investments, l’istituto potrebbe dovrebbe limitarsi a segnalare una maggiore attenzione per i rischi inflazionistici e lasciare aperta la porta a un intervento già a novembre. “Ci aspettiamo che il tasso di riferimento venga mantenuto invariato, osserva, sottolineando però come le quotazioni dell’energia siano ormai prossime a quelle dello scenario definito dalla stessa banca centrale “avverso”.
Laura Cooper, head of Macro Credit e Global Investment Strategist di Nuveen
La lettura è condivisa anche da Laura Cooper, global investment strategist e head of Macro Credit di Nuveen, che però introduce al ragionamento del collega alcune sfumature dovish. L’esperta sottolinea infatti che la soglia per un rialzo dei tassi si sta alzando e conferma l’ipotesi di una BoE ferma fino alla fine dell’anno. “Si tratta di uno scenario in netto contrasto con le quotazioni di mercato”, precisa, “che incorporano più di un ritocco entro dicembre e quasi 125 punti base di stretta per il prossimo anno”. A suo giudizio, il disallineamento riflette soprattutto i crescenti ostacoli alla crescita e l’assenza di evidenze convincenti di effetti di secondo round sui prezzi.
Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments
Anche Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments, si aspetta una pausa a settembre. “L’inflazione più elevata resta prevalentemente legata all’energia”, osserva, “mentre la moderazione delle pressioni domestiche su prezzi e salari offre al Monetary Policy Committee margini per attendere”. Il vero elemento da monitorare, più ancora della decisione sui tassi, sarà quindi la distribuzione dei voti. Secondo Wolburg, il sei a tre visto l’ultima volta potrebbe cioè rimanere invariato ma lo shock energetico sposta il bilanciamento dei rischi in senso più restrittivo. “Un intervento sui tassi sembra allora più probabile a novembre”, sostiene, quando le nuove proiezioni dovrebbero offrire alla banca l’occasione per intervenire.
Più cauta sull’evoluzione dei rendimenti è invece Benoit Anne, senior managing director e head of Market Insights di MFS IM, secondo cui i mercati hanno già rideterminato in modo significativo il percorso futuro della politica monetaria britannica ma in maniera errata. “L’inasprimento aggiuntivo di 47 punti base entro la fine dell’anno e di 108 punti base entro luglio 2027 rappresenta uno scenario troppo aggressivo rispetto alle condizioni interne”, sostiene. Ecco perché l’esperta vede nella duration dei Gilt una potenziale opportunità, pur mantenendo prudenza sulla parte lunga della curva per scongiurare i rischi connessi alla politica fiscale e ai bilanci autunnale.
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