Nonostante il rallentamento dei prezzi, il balzo del barile scatena i timori di nuovi rialzi dei tassi. Per gli investitori, la prudenza resta d’obbligo
In attesa di conoscere i dati sull’inflazione dell’Eurozona e sul mercato del lavoro americano, decisivi per le decisioni di Banca centrale europea e Federal Reserve, gli occhi degli investitori spostano il focus sul petrolio. Da settimane il barile è infatti in altalena e sembra oramai pronto a intraprendere un rally che potrebbe riportarlo a livelli inediti da anni. Prospettiva che getta un’ombra scura sulla corsa dei prezzi, anche al netto dei dati positivi provenienti dall’ultimo indice British Retail Consortium.
Gianluca Ungari, head of portfolio management di Vontobel.
Tra i primi a segnalare questa ipotesi c’è Gianluca Ungari, head of portfolio management di Vontobel. “È vero che l’inflazione si è costantemente ridotta in molte aree geografiche dall’inizio dell’anno, che le economie si sono dimostrate abbastanza resistenti grazie a un consumo vivace e che la disoccupazione è rimasta bassa, ma i principali mercati azionari sono scesi mentre le materie prime sono rincarate”, spiega. Una dinamica che, per l’esperto, va quindi letta come il segno di sfiducia nei confronti del processo disinflattivo. “I prezzi del petrolio sono balzati con l’estensione dei tagli alla capacità produttiva da parte dell’Opec+, facendo salire il Brent del 16% dai minimi di giugno”, evidenzia Ungari.
Come noto, l’aumento delle materie prime potrebbe ridare fiato all’inflazione e prolungare così l’attuale stretta monetaria. “La prospettiva di un nuovo e vigoroso aumento dei tassi di interesse preoccupa profondamente i mercati, che hanno previsto un cambio di rotta della banca centrale nel prossimo futuro, di fatto già nel secondo trimestre del prossimo anno”, puntualizza Ungari. Inoltre, non bisogna dimenticare lo spettro della contrazione economica, che potrebbe arrivare entro la prossima primavera-estate. Lo ricorda lo stesso gestore. “Un’altra scomoda verità è che siamo già nel bel mezzo di una recessione del settore manifatturiero, mentre i servizi vanno avanti grazie a una domanda dei consumatori alimentata dalla politica fiscale con liquidità extra e dai risparmi accumulati durante la pandemia”, spiega. Ciò, per l’esperto, si riflette anche nei recenti dati sull’inflazione di fondo: il Cpi dei servizi è rimasto persistente, raggiungendo un picco del 4,2% a febbraio e scendo solo al 3,5% a luglio.
I segnali dell’obbligazionario
Altra prova dell’incertezza, per Ungari, è rintracciabile nell’andamento dei mercati obbligazionari. Qui l’elevata volatilità ha infatti continuato a riflettere le pressioni inflazionistiche e le imprevedibili traiettorie dei tassi. Tutti aspetti che gli investitori in equity hanno invece scelto di ignorare, preferendo guardare alla performance stellare dei titoli tecnologici e alle prospettive di atterraggio morbido o di una riduzione del costo del denaro il prossimo anno. “Più di recente il reddito fisso ha persino assistito a un’accentuazione delle curve in molte aree geografiche, poiché l’aumento delle aspettative sui prezzi a lungo termine ha spinto al rialzo le estremità”. Da qui la spiegazione del perchè, tra luglio e metà agosto, il premio per l’inflazione abbia fatto salire il rendimento del Treasury Usa a dieci anni dal 3,75 al 4,27% nel giro di poche settimane.
Parola d’ordine: prudenza
Per gli investitori, quindi, la parla d’ordine resta prudenza. E l’approccio giusto quello ‘data dependent’, in stile Fed e Bce. “Fino a quando non ne sapremo di più, sarà necessario partecipare alle performance azionarie per raccogliere alcuni benefici e ammortizzare gli shock futuri ma non senza strategie di protezione dai ribassi, poiché i mercati rimangono molto sensibili a qualsiasi segnale di ripresa dell’inflazione”, avverte Ungari. In questo senso, le obbligazioni possono offrire rendimenti interessanti. Anche se, sottolinea l’esperto, non bisogna aspettarsi “grandi guadagni in termini di capitale”. Almeno fino a quando “le pressioni inflazionistiche non si saranno dissolte e le banche centrali saranno disposte a investire la rotta”.
I segnali positivi dal Regno Unito
Segnali incoraggianti arrivano, intanto, dal Regno Unito. Il Brc, indice che misura (la variazione dei prezzi nei più popolari centri di vendita al dettaglio) è infatti sceso al 6,9% dal 7,6% del mese precedente. Una dinamica di decisa frenata, con i prodotti alimentari a guidare il calo, in grado di allentare almeno un po’ le pressioni sulla Bank of England ancora alle prese con un carovita core oltre le attese.
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