Secondo Grant di Federated Hermes, se il conflitto continua le società energetiche beneficeranno della corsa del barile. Ma le prospettive sono rosee anche in caso di cessate il fuoco: ecco perché
Lewis Grant, senior portfolio manager global equities di Federated Hermes
Il conflitto in Medio Oriente agita i mercati ogni giorno di più. Mentre gli analisti fanno i conti con quella che è stata definita la più grave interruzione dell’approvvigionamento petrolifero dagli anni Settanta, e ipotizzano nuovi picchi del barile in caso di escalation, la domanda cruciale resta: quanto durerà? Impossibile dirlo per ora, ma secondo Lewis Grant, senior portfolio manager for global equities di Federated Hermes, una certezza c’è: i titoli energetici sono destinati a vincere comunque. Per ora infatti il greggio a 100 dollari continua a sostenerli, e sono tra i pochi positivi in un contesto di elevata avversione al rischio, mentre il blocco dello stretto di Hormuz getta ombre sul futuro nonostante le misure allo studio dei governi occidentali per contenere la corsa dei prezzi. Tuttavia, secondo l’esperto, anche in caso di cessate il fuoco e ritorno al value, le aziende del settore sono destinate a performance brillanti.
“In tutte le nostre discussioni sulla guerra in Iran, la parola su cui torniamo continuamente è ‘durata’: il conflitto durerà abbastanza a lungo da aumentare in modo significativo l’inflazione e provocare una recessione globale?”, dice l’esperto. Tuttavia, fa notare, se la reazione dei prezzi spot di petrolio e gas naturale ha attirato molta attenzione, le quotazioni forward raccontano un’altra storia: si sono infatti dimostrate meno volatili, con gli investitori che sembrano scontare un ritorno a un contesto più normale in tempi abbastanza brevi.
La reazione dei titoli energetici
Questo, secondo Grant, spiega almeno in parte perché i prezzi delle azioni di molte società energetiche non abbiano rispecchiato i movimenti del barile. “Gli investitori valutano questi asset sulla base di aspettative di lungo periodo e il consenso suggerisce che Donald Trump abbia poco da guadagnare da un conflitto prolungato e disponga di diverse vie d’uscita”, afferma. Ricordando come il presidente USA abbia già detto che la fine della guerra potrebbe essere vicina, con i mercati che hanno reagito di conseguenza. Nonostante questo, il cessate il fuoco non è così scontato: “Mentre le forniture di armi ad alta tecnologia sono limitate, l’Iran potrebbe prolungare le interruzioni attraverso attacchi mirati e persistenti con droni a bassa tecnologia”, mette in guardia l’esperto.
Altro aspetto da tenere in considerazione, secondo Grant, è che dichiarare vittoria e andare oltre può anche risultare piuttosto semplice. Ed è già accaduto con precedenti conflitti in Medio Oriente. Solo che queste incursioni lasciano ferite durature che non si rimarginano velocemente per il semplice fatto che l’attenzione si è spostata altrove. “Prevediamo che, con l’attenuarsi del conflitto, torneremo a un contesto più simile a quello di gennaio e febbraio: una ripresa ciclica sostenuta dal tema dell’intelligenza artificiale, ma con una partecipazione più ampia rispetto ai mercati degli ultimi anni, guidati da un ristretto gruppo di mega-cap”, afferma quindi l’esperto.
Energetici in pole
In questo scenario, Grant privilegia i settori value tradizionali. E arriva a una conclusione che lui stesso definisce insolita: “Indipendentemente dal fatto che la guerra si prolunghi, portando a prezzi del petrolio più alti più a lungo, oppure che finisca, permettendo alla ripresa ciclica di proseguire, riteniamo che i titoli energetici siano tra quelli con maggiori probabilità di beneficiare nel corso di quest’anno”.
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