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Secondo un sondaggio MSCI, il 71% dei consulenti prevede di aumentare l’utilizzo nei prossimi due anni. Ma con la diffusione della struttura cresce anche l’attenzione a costi, liquidità e coerenza con gli asset sottostanti
Gli ETF attivi sono ormai entrati nelle abitudini di investimento dei consulenti finanziari e si preparano a conquistare ulteriore spazio all’interno dei portafogli. Eppure, la domanda per queste soluzioni non riguarda più soltanto la disponibilità di nuovi prodotti. È il quadro che emerge da una recente survey di MSCI, secondo cui il 71% dei professionisti prevede di aumentare l’utilizzo nei prossimi due anni ma solo a patto di poterne verificare il reale valore. Un cambio di approccio che sposta il focus su due elementi chiave finora trascurati dal mercato: l’efficienza operativa e la coerenza del veicolo con la strategia sottostante.
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Gli active ETF guadagnano spazio
Stando ai risultati del sondaggio, che ha raccolto il parere di 450 advisor tra Stati Uniti ed Europa, l’87% degli intervistati utilizza già ETF attivi ma si prospetta comunque una crescita anche per quelli passivi: si attesta infatti al 62% la quota di chi prevede di incrementarne l’allocazione di qui al 2028. I primi, tuttavia, mostrano un’evoluzione particolarmente rilevante per le società di gestione. Il 58% ritiene cioè che l’introduzione di una nuova soluzione appartenente a questa famiglia da parte di un asset manager presente nei portafogli sostituirebbe con maggiore probabilità un fondo comune o un UCITS precedentemente detenuto. Una migrazione che riguarda quindi, in molti casi, la struttura del prodotto più che la casa: metà degli intervistati sarebbe propensa a passare alla versione active ETF di qualcosa giù posseduto, mentre l’85% di coloro che partecipano alla selezione dei fondi è aperto a una share class della stessa strategia.
Più scelta, ma soprattutto dove serve
La crescita degli ETF attivi si accompagna alla richiesta di una gamma più ampia di strategie ed esposizioni. A raccogliere la maggiore domanda sono thematic e megatrend, indicati dal 47% dei consulenti. Un altro fronte riguarda la diversificazione geografica, con il 45% degli intervistati che prevede di ampliare nei prossimi due anni le proprie allocazioni azionarie oltre i mercati domestici: tra questi, il 39% si aspetta di aumentare l’attenzione verso le economie emergenti mentre un più contenuto 24% indica ancora i Paesi sviluppati. La disponibilità a utilizzare un fondo quotato dipende però anche dal tipo di esposizione offerta: il 58% del campione sarebbe cioè disposto a pagare un prezzo più elevato per una strategia difficile da raggiungere attraverso altri strumenti, mentre soltanto il 12% accetterebbe una commissione superiore per il core beta. Il differenziale, quindi, viene giustificato soprattutto quando la struttura consente di accedere a opportunità poco replicabili.
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Il costo non è solo la commissione
Nella valutazione degli exchange traded funds entra inoltre una dimensione operativa. Liquidità e capacità di negoziare efficientemente sono tra le principali priorità per il 68% degli intervistati. Un risultato che evidenzia come, per i consulenti, il costo di un prodotto non coincida necessariamente con il suo TER o con la commissione di gestione: conta anche la possibilità di ottimizzarne l’eventuale inserimento in portafoglio. È proprio su questo terreno che la maggiore diffusione degli active ETF porta con sé una selezione più stringente. Secondo Jana Haines, global head of Index di MSCI, il passaggio a una fase più matura del mercato sta infatti spostando l’attenzione dal semplice interrogativo sulla possibilità di utilizzare la categoria alla valutazione di “dove la struttura sia in grado di generare effettivamente valore”.
Private markets: il nodo della liquidità
Il tema del ‛fit’ diventa ancora più rilevante quando i replicanti permettono di accedere ad asset alternativi. Il 49% dei consulenti si dichiara aperto alla possibilità di utilizzarli per investire in private o less liquid assets, ma soltanto il 16% considera i private markets una buona combinazione con la struttura ETF. Il principale ostacolo è la possibile discrepanza tra la liquidità del veicolo e quella degli asset sottostanti, indicata dal 62% degli intervistati. Seguono la trasparenza delle valutazioni (50%) e l’assenza di uno storico sufficientemente lungo (44%).
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