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L’industria dell’asset management globale sta ridefinendo il proprio approccio alla sostenibilità. Dopo anni in cui i criteri ESG sono stati applicati soprattutto come filtro di esclusione, le strategie più innovative infatti iniziano a guardare avanti: non più solo difesa dai rischi reputazionali ma ricerca di opportunità legate ai grandi temi della transizione ambientale, sociale e tecnologica. È quanto rilevato dall’ultimo report di MainStreet Partners, che in 12 mesi ha esaminato oltre 1.400 fondi per comprendere come i player del settore stiano evolvendo i propri modelli di investimento etico. Un’analisi dalla quale emerge una fotografia a luci e ombre del fenomeno: se infatti il coinvolgimento dei gestori aumenta, solo un prodotto su cinque risulta davvero green.
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Lo studio rileva innanzitutto come lo screening negativo rimanga la strategia più comune, adottata da quasi un fondo su tre. “Si tratta di un approccio efficace nel contenere i rischi ma a carattere più difensivo che proattivo”, osserva la research analyst di MainStreet Annie Omojola, che sottolinea come la tendenza a non cercare di generare impatti positivi né di individuare nuove opportunità di crescita sostenibile sia un limite importante da superare. In netto contrasto gli approcci ‛Sustainable’ e ‛Thematic’, che insieme rappresentano la seconda quota più ampia e riflettono una mentalità decisamente meno orientata al contenimento del rischio e alla minimizzazione dei danni reputazionali. Questi prodotti si concentrano infatti su temi che vanno dalla biodiversità all’economia circolare fino all’inclusione e all’energia pulita, spesso collegandosi agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. “È interessante notare come i fondi con esposizione multi-tematica superino oggi quelli focalizzati su un singolo SDG”, aggiunge Omojola, segnalando la diffusione di una visione della sostenibilità che unisce diversificazione e impatto. “Abbiamo osservato un mercato in rapida maturazione”, conclude sul punto l’esperta, dove la spinta verso approcci basati sui megatrend e multi-obiettivo sta crescendo rapidamente”.
Un altro elemento chiave del fenomeno riguarda la distinzione tra strategie attive e passive. Più della metà degli ETF e dei fondi indicizzati passati al vaglio di MainStreet rientra nelle categorie ‛Improvement’ o ‛Best-in-Class’, dove l’obiettivo è ottimizzare i punteggi ESG riducendo l’intensità di carbonio o allineandosi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. I veicoli attivi tendono invece a concentrarsi su valutazioni qualitative e storytelling aziendale, facendo leva sul giudizio dei gestori e sulla loro capacità di individuare società con modelli sostenibili che appaino credibili. “Per gli asset manager questa biforcazione crea due percorsi distinti ma complementari”, spiega ancora Omojola, “ampliare l’offerta tematica nella gestione passiva e rafforzare la competenza etica nel ramo tradizionale”.
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Nonostante il progresso riscontrato, restano però ancora diversi nodi da sciogliere ed elementi di criticità. A partire dal greenwashing. Solo il 20% dei fondi analizzati risulta infatti soddisfare davvero i criteri di sostenibilità stabiliti dal framework proprietario con cui MainStreet Partners ha condotto la rilevazione, che include criteri come intenzionalità e governance ma anche attività di stewardship e risultati misurabili. E anche se la maggior parte di questi è allineato alla tendenza evolutiva in atto, poiché adotta un approccio multi-tematico con focus ambientale o climatico, si sprecano le aree poco esplorate: dalla mobilità sostenibile, all’inclusione fino alla transizione sociale.
L’analisi per asset class evidenzia invece una netta prevalenza di fondi azionari Large Cap globali, riflesso della maggiore liquidità e della domanda da parte degli investitori. Al contrario, le opzioni ESG nei segmenti high yield e mercati emergenti restano molto limitate. Nel credito, spiega in particolare Omojola, “gran parte dell’universo investibile resta concentrato in energia fossile e altri settori difficili da includere in un portafoglio sostenibile”. Le criticità dei Paesi in via di sviluppo riguardano invece la trasparenza e la governance, ma non sono tali da disinnescare l’elevato potenziale di sviluppo del segmento: “Si tratta di economie centrali per la transizione energetica, dalle rinnovabili alle catene di fornitura dei veicoli elettrici, il miglioramento della disclosure o la crescita della domanda di diversificazione ne faranno un’importante fonte di rendimento e impatto positivo nel lungo termine”.
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Il messaggio di fondo è chiaro: l’ESG non è più solo gestione del rischio, ma creazione di valore. Le esclusioni continueranno a rappresentare la base di partenza, ma la differenziazione competitiva dipenderà sempre più dalla capacità di innovare. “La prossima generazione di fondi sostenibili”, conclude Omojola, “sarà definita non da ciò che esclude ma da ciò che rende possibile.”
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