4 min
Tra transizione energetica, autonomia strategica e nuove sfide regolamentari, la sostenibilità continua a orientare mercati e investimenti, anche se oggi viene raccontata con parole diverse
Negli ultimi anni la sostenibilità è sembrata uscire dal centro del dibattito pubblico, soppiantata da parole come sicurezza energetica, competitività e autonomia strategica. Però, intanto, sotto la superficie, i temi chiave restano gli stessi: cambiamento climatico, transizione energetica, biodiversità e impatti sull’economia reale. Thibaud Clisson, climate change lead di Bnp Paribas Asset Management racconta del ruolo che continua ad avere il tema della sostenibilità e dove si concentrano oggi le opportunità più interessanti, tra transition finance, adattamento climatico e nuove sfide regolamentari.
📰 Leggi anche “La sostenibilità leva di valore per l’asset management“
Due o tre anni fa tutti parlavano di sostenibilità. Oggi il quadro sembra diverso. Che cosa sta succedendo?
La sostenibilità non è affatto morta. Quello che è cambiato, semmai, è il linguaggio. Oggi si parla di sicurezza energetica, acqua, competitività, impatti sull’economia e sugli investimenti: tutti temi che restano profondamente legati alla sostenibilità. In Europa, per esempio, il nodo energia rimanda direttamente a rinnovabili ed efficienza energetica. In altre parole, il modo di raccontare questi temi è cambiato, ma la realtà sottostante è ancora la stessa.
Quindi è cambiato soprattutto il nome, o il modo superficiale con il quale ci riferiamo alla questione, ma non è cambiata la sostanza?
Sì, direi così. Quando sono entrato nel settore, nel 2009, si parlava di sustainable and responsible investment; poi è arrivata la stagione dell’ESG. Oggi si usa più spesso l’espressione sustainable investment. Il vocabolario evolve, ma il punto resta identico: il cambiamento climatico è ancora qui e continua ad avere effetti concreti sulle economie e sui governi.
📰 Leggi anche “La sostenibilità conviene ma bisogna cambiare narrazione“
Eppure, guardando al dibattito pubblico, sembra esserci meno attenzione. Anche la COP30 in Brasile dello scorso novembre ha dato l’impressione di deludere le aspettative degli osservatori.
In parte è vero: molte COP hanno deluso chi si aspettava risultati più forti. Ma bisogna ricordare che la COP è un foro politico in cui diverse parti devono trovare un accordo unanime, e questo rende tutto inevitabilmente lento e complesso. Allo stesso tempo, attorno alla COP si muovono anche imprese, città, ONG e investitori, che contribuiscono a spingere il dibattito in avanti. Su alcuni fronti i progressi restano insufficienti. Però, per esempio, i temi della biodiversità sono entrati molto più chiaramente nell’agenda, e oggi il legame tra crisi climatica e crisi della biodiversità è molto più riconosciuto anche dal settore privato.
Quanto pesa oggi il cambio di clima politico, soprattutto negli Stati Uniti?
Sul piano retorico pesa molto, perché negli Stati Uniti c’è una narrazione politica più ostile al clima. Ma la realtà economica racconta qualcosa di più sfumato. Se oggi negli USA vuoi costruire nuova capacità elettrica, il carbone non è competitivo, il gas è costoso e richiede tempi lunghi, mentre il solare resta la soluzione più rapida e conveniente. Ed è infatti una delle fonti che continua a crescere di più. Se poi allarghiamo lo sguardo, vediamo che in Cina circa metà delle auto vendute è elettrica, mentre in Europa il mix di generazione elettrica si è già fortemente decarbonizzato: carbone in calo, rinnovabili sempre più centrali, gas usato soprattutto come backup. La transizione energetica, quindi, sta andando avanti, anche se non con la velocità che avremmo voluto.
📰 Leggi anche “Transizione energetica: un nuovo ciclo d’investimenti“
Tornando in Europa, dal lato degli investitori europei l’interesse per la sostenibilità è ancora forte?
Per quanto riguarda BNP Paribas Asset Management, sì. Abbiamo circa il 90% dei fondi classificati articolo 8 o articolo 9, e questa impostazione non è stata ridimensionata negli ultimi anni. I clienti continuano a voler essere esposti a questi temi. C’è anche un altro segnale interessante: dopo il passo indietro di alcuni investitori statunitensi su impegni climatici condivisi, alcuni fondi pensione olandesi e investitori istituzionali hanno scelto di interrompere la collaborazione con loro, preferendo soggetti ancora impegnati sul fronte climatico. Questo mostra che, almeno in Europa, la domanda resta presente.
Quindi non è corretto dire che i target europei, impostati a Parigi 2015 e mancati dieci anni dopo a Brasile 2025, erano semplicemente troppo ambiziosi?
No, non credo. I target sono stati costruiti sulla base di una traiettoria precisa: accordo di Parigi, limite di 1,5 gradi, obiettivo di neutralità climatica al 2050 e necessità di ridurre le emissioni in modo molto rapido lungo il percorso. Più che di eccesso di ambizione, parlerei di scontro con una realtà politica e geopolitica molto più complessa e instabile di quanto si pensasse.
📰 Leggi anche “Sostenibilità, l’adozione di criteri ESG resiste all’incertezza“
Restando in Europa. Ultimamente a causa della crisi in Iran, nel Vecchio Continente si torna a parlare di autonomia energetica. Ma sembra un disco rotto, perché non è la prima volta che l’Unione si ritrova a confrontarsi con questo problema
Sì, per l’Europa, autonomia energetica significa più rinnovabili, più elettricità a basse emissioni, più efficienza energetica, più elettrificazione dei consumi, più pompe di calore, più veicoli elettrici. Tutto questo rafforza la sovranità energetica del continente. Il problema, però, è industriale: gran parte delle tecnologie verdi e delle filiere delle materie prime critiche oggi è concentrata in Cina. L’Europa ha compreso il rischio, ma non è riuscita a mantenere la leadership industriale che aveva in alcuni segmenti. Il vero punto debole è stato non accompagnare la transizione energetica con una politica industriale abbastanza forte.
In questo scenario allora quali sono oggi le aree che risultano più interessanti per il futuro?
Due soprattutto. La prima è la transition finance, che sarà sempre più centrale nei prossimi anni. La seconda è l’adattamento sostenibile, cioè l’integrazione di strategie a lungo termine per far fronte ai cambiamenti climatici. Ma per gli investitori resta complicato, perché molti investimenti in questo campo non generano flussi di cassa immediati e quindi non sono facili da finanziare attraverso strumenti tradizionali. Proprio per questo sarà necessario costruire nuovi meccanismi capaci di renderli investibili.
📰 Leggi anche “La finanza sostenibile alla prova di maturità“
E il fronte regolamentare europeo può aiutare in qualche modo?
Sì, va nella direzione giusta, perché aumenta trasparenza e credibilità. La possibile introduzione di categorie più chiare, per esempio per i fondi di transizione, permetterebbe di segmentare meglio l’offerta: prodotti più ‘green’, strategie focalizzate su società in transizione, soluzioni orientate alla performance ESG. Questo aiuterebbe anche i clienti, perché il quadro oggi non è sempre semplice da leggere, soprattutto quando si sommano regole europee e specificità nazionali.
Guardando avanti, qual è la sfida più difficile per il mondo ESG?
La sfida principale è gestire la volatilità. Negli ultimi quattro anni è cambiato tutto molto in fretta, e il vero problema è mettere in relazione temi strutturali di lungo periodo con eventi di breve termine che hanno un impatto immediato sui portafogli. Anche la dimensione politica è molto instabile, soprattutto negli Stati Uniti. Ma non bisogna confondere la polarizzazione del dibattito con quello che accade davvero nell’economia reale: spesso, al di là della retorica, quello che conta è il costo e la disponibilità dell’energia. E questo continua a spingere alcune dinamiche della transizione.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.