Europa, la rinascita che (forse) i mercati non si aspettano
Tra tassi in calo, riforme fiscali e nuova linfa industriale, il Vecchio Continente torna protagonista. L’opinione degli esperti: “Un mix di solidità e potenziale che mancava da anni”
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“La Bce ha ancora molto lavoro da fare”. L’ha scandito nel weekend la presidente dell’Eurotower, Christine Lagarde, e l’ha ribadito poche ore dopo il suo fedelissimo capo economista, Philip Lane, precisando di prevedere ulteriori rialzi dopo quello da 50 punti base in programma per il meeting della prossima settimana.
“La priorità di politica monetaria è fare in modo che l’inflazione ritorni al target in modo tempestivo”, ha affermato la colomba Lane nel corso di un convegno a Dublino. “Le informazioni attuali sulle pressioni inflazionistiche sottostanti – ha spiegato – suggeriscono che sarà opportuno aumentare ulteriormente i tassi oltre la riunione di marzo mentre l’esatta calibrazione da lì in poi dovrebbe riflettere le informazioni contenute nelle prossime proiezioni macroeconomiche, unitamente ai dati in arrivo sul carovita e sul funzionamento del meccanismo di trasmissione monetaria”.

Così mentre gli investitori continuano a tenere i riflettori puntati sugli Usa, dove si attendono indicazioni dall’audizione del presidente della Fed, Jerome Powell, i banchieri centrali dell’Eurozona confermano la linea dura. Con il mercato che già vede i tassi salire al 4% entro l’anno. “Portando i tassi ufficiali di riferimento a un livello sufficientemente restrittivo e promuovendo un periodo di crescita al di sotto del trend attraverso l’attenuazione della domanda contrasteremo pressioni inflazionistiche a medio termine superiori al target e garantiremo che la fase prolungata di inflazione al di sopra del target non si radichi attraverso un disancoraggio delle aspettative di inflazione”, ha sottolineato Lane.
Più duro è stato invece Robert Holzmann, membro del board e governatore della banca centrale austriaca, secondo cui sono necessari altri quattro ritocchi dei tassi da mezzo punto, uno per ognuna delle riunioni fino a luglio. In un’intervista ad Handelsblatt, il banchiere, da sempre uno dei più falchi dell’istituto centrale, ha evidenziato che a suo avviso “l’inflazione core non si indebolirà significativamente nel primo semestre dell’anno ma rimarrà agli attuali livelli”.
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Intanto sui mercati del Vecchio Continente non tira un’aria allegra. A marzo l’indice Sentix, quello che emerge dal consueto sondaggio condotto tra gli investitori dall’Eurotower, è sceso a -11,1 punti. Si tratta di un livello dato non solo in peggioramento dal precedente -8 ma anche di gran lunga inferiore alle previsioni degli analisti, che si aspettavano addirittura un miglioramento a -6,3 punti. Ma il pessimismo è confermato anche dal Cfa Sentiment Index, che sonda l’umore degli investitori professionali italiani sulle prospettive dell’economia domestica: la misura è ferma a -48, circa quattro punti in meno rispetto alla precedente rilevazione. Stando al sondaggio, quasi tre quarti degli intervistati (il 72%) ritiene stabile la situazione attuale dell’economia nazionale, mentre il 20% circa la vede in una condizione negativa. In termini di aspettative sui prossimi sei mesi, il 16% prevede un miglioramento delle variabili macroeconomiche (dato sostanzialmente stabile rispetto al mese scorso), il 20% stima condizioni invariate (-5,6% rispetto all’ultimo sondaggio) e il 64% prevede un peggioramento (+5% rispetto al mese scorso). Rimangono negative anche le view sul prossimo semestre per l’Eurozona e, in particolare, si inaspriscono sensibilmente le previsioni per gli Stati Uniti.
Il punto, per gli investitori, è capire quale direzione prenderà la politica monetaria dopo marzo. Lagarde e colleghi hanno spiegato a più riprese che tutto dipenderà dai dati, ma secondo l’Economic team di Payden & Rygel, proprio i numeri suggeriscono come Francoforte abbia ancora tanto lavoro da fare. “Questa settimana l’Eurostat ha rivelato che l’indice dei prezzi al consumo core dell’Eurozona è aumentato del 5,6% a febbraio rispetto al livello dell’anno precedente, un’impennata record in un anno. Per questo motivo, dubitiamo che la politica monetaria abbia trovato l’impostazione più adeguata”, scrivono gli esperti.
“Il calcolo del tasso di policy ‘reale’ (ad esempio, il tasso di deposito nominale meno l’inflazione di fondo) è un modo per misurare la restrittività della politica monetaria. Questo calcolo mostra che la Bce è ancora molto accomodante: dopo 250 punti base di aumento dei tassi, il tasso reale è ancora a -310 punti base. I banchieri centrali, come forse gli investitori, sperano che l’inflazione svanisca rapidamente da sola senza ulteriori sforzi politici? Se così fosse, la famosa frase ‘whatever it takes’ assumerebbe un significato del tutto nuovo”, concludono gli economisti della società.
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