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Secondo l’Eurotower, l’Area ha iniziato una lieve ripresa e il carovita sta calando. Rischi da stretta monetaria e guerre. Aziende Ue più vulnerabili: italiane e tedesche maglia nera
L’economia dell’Eurozona ripartirà timidamente nel primo trimestre del 2024, per poi accelerare successivamente. Dal lato inflazione invece continuano ad arrivare segnali positivi. I rischi, però, restano consistenti su entrambi i fronti a causa degli effetti della stretta monetaria, dell’andamento del commercio mondiale e delle tensioni geopolitiche. Lo afferma nell’ultimo bollettino la Banca centrale europea, che nel frattempo lancia l’allarme per le imprese italiane e tedesche, definite “le più vulnerabili” tra quelle dei quattro grandi Paesi del blocco.
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Il Pil inizia un lento recupero. Occhi su Ucraina e Medio Oriente
Secondo l’Eurotower, è probabile che l’economia dell’Area abbia ristagnato negli ultimi tre mesi dello scorso anno. Ora, però, “inizierà un lento recupero nel primo trimestre del 2024”, sempre se famiglie e imprese non perderanno fiducia a causa dei conflitti in corso. Sebbene il Pil si confermi debole, i segnali di miglioramento sono già visibili. Infatti gli esperti assicurano: tra dicembre e gennaio i nuovi ordinativi hanno continuato ad aumentare sia nel manifatturiero che nei servizi. E i recenti contatti della Bce con le società non finanziarie suggeriscono che la crescita si rafforzerà gradualmente, così come confermato dall’indagine di gennaio dei previsori professionali. “I dati più recenti mostrano segnali di un modesto rafforzamento della crescita nel primo trimestre del 2024”, sostenuta dall’aumento del reddito disponibile reale, a sua volta supportato dal calo dell’inflazione e dalla robusta crescita dei salari, spiegano gli economisti dell’istituto centrale. Inoltre le esportazioni dovrebbero tornare a crescere in seguito all’incremento della domanda estera, se non ci sarà un ulteriore rallentamento del commercio internazionale.
Le incognite non mancano. L’espansione economica potrebbe infatti risultare inferiore se gli effetti della politica monetaria si rivelassero più forti delle attese. Ma soprattutto preoccupano la guerra “ingiustificata” della Russia contro l’Ucraina e il “tragico conflitto” in Medio Oriente, significative fonti di rischio geopolitico. Ciò potrebbe generare, nelle imprese e nelle famiglie, una perdita di fiducia riguardo al futuro e interruzioni negli scambi internazionali.
Inflazione in calo, ma tassi restrittivi finché necessario
Anche sul fronte dell’inflazione le prospettive sono buone. I prezzi dovrebbero attenuarsi ancora nel corso dell’anno, dato che a dicembre “quasi tutte le misure di fondo sono ulteriormente diminuite”. Ma anche sul carovita pesa l’incognita delle tensioni in corso, soprattutto in Medio Oriente, “che potrebbero determinare un rialzo dei costi di energia e trasporto nel breve periodo, ostacolando il commercio mondiale”. Per ora, chiariscono da Francoforte, l’impatto sui flussi commerciali “è di gran lunga inferiore” rispetto allo stop causato dalla pandemia nel 2021-2022. “Ciò è dovuto alla crescita relativamente inferiore della domanda di beni, alla maggiore capacità di trasporto inutilizzata e alla minore congestione dei porti”, viene chiarito.
Relativamente alla dinamica salariale, il bollettino evidenzia che gli ultimi dati disponibili (riferibili al terzo trimestre del 2023) mostrano un aumento del tasso di crescita sui dodici mesi pari al 4,7% rispetto al 4,4% dei tre mesi precedenti. “Gli indici prospettici delle retribuzioni segnalano il protrarsi di forti pressioni, sia pure con alcuni timidi segnali di raffreddamento entro la fine del 2023”, viene spiegato. Quanto al futuro del carovita, gran parte degli indicatori delle aspettative sul lungo termine “basati sulle indagini, nonché delle misure di compensazione dell’inflazione ricavate dai mercati, corrette per i premi al rischio, si collocano intorno al 2%”, precisa il bollettino. I tassi d’interesse resteranno quindi su livelli sufficientemente restrittivi finché necessario e il Consiglio direttivo continuerà a seguire un approccio guidato dai dati.
Aziende Ue più vulnerabili: Italia e Germania maglia nera
Sempre da Francoforte arriva poi un altro dato poco rassicurante. Nella Zona euro le imprese finanziariamente vulnerabili sono aumentate e, tra le quattro grandi economie, l’Italia e la Germania registrano la quota più alta (9%). La Bce sottolinea come in entrambi i Paesi si sia “osservato di recente un aumento notevole di tale quota, che riflette quella, relativamente elevata, delle imprese industriali”. Nel secondo e terzo trimestre del 2023 l’indice delle dichiarazioni di fallimento di Eurolandia ha superato i livelli pre-pandemia, raggiungendo il top dal 2015, quando l’indicatore è stato reso disponibile per la prima volta.
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La quota di vulnerabilità è cresciuta in tutti i settori rispetto alla precedente edizione dell’indagine, sebbene in misure diverse. Nel secondo e terzo trimestre del 2023, è rimasta relativamente bassa nel settore dei servizi (6%), mentre ha raggiunto livelli più elevati nell’industria (11%), nelle costruzioni (10%) e nel commercio (10%). Inoltre, la percentuale di aziende a rischio è salita in misura maggiore fra le grandi realtà industriali rispetto alle pmi (anche se storicamente quest’ultime tendono a essere finanziariamente più fragili) e anche tra le aziende più giovani.
Gli economisti dell’Eurotower spiegano che gli aumenti della spesa per interessi sono importanti per spiegare la probabilità che le imprese diventino vulnerabili: in media, un incremento di 1 punto percentuale degli interessi pagati (in rapporto ai profitti) ne aumenta del 12% l’eventualità. Le variazioni di debito, fatturato o profitti hanno invece un impatto molto minore. Questo “suggerisce che la dilatazione dei tassi d’interesse, necessari per ridurre l’inflazione da livelli molto elevati, potrebbero incidere sull’attività economica attraverso il loro impatto sulle imprese. Di fatto, le realtà vulnerabili investono meno di quelle sane”, spiega lo studio.
Gli effetti si fanno sentire anche sui crediti deteriorati, che aumentano per le aziende in difficoltà. Seguendo l’evoluzione delle imprese a rischio per quattro trimestri, l’indagine mostra che la quota di quelle con crediti deteriorati aumenta (arrivando fino al 13% un anno) dopo che l’impresa è stata identificata come vulnerabile. Nelle aziende non a rischio, invece, gli Npl restano stabili. “Questo risultato conferma che la fragilità grava pesantemente sulla capacità di ripagare il servizio del debito”, concludono gli esperti.
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