Per Monica Defend, head of Amundi Investment Institute, il blocco ha una rete commerciale integrata che farà da scudo ai colpi del presidente USA. E anche le prospettive macro giocano a favore. Dalle materie prime alla tecnologia, ecco i settori su cui posizionare i portafogli
Monica Defend, head of Amundi Investment Institute
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca dopo quattro anni di amministrazione democratica promette di trasformare in maniera radicale lo scenario macroeconomico. Analisti e addetti ai lavori prevedono infatti che l’introduzione delle politiche protezionistiche promesse dal nuovo presidente USA in campagna elettorale ridisegnerà l’assetto del commercio internazionale, modificando la traiettoria di crescita e politica monetaria in molti Paesi. In particolare, con il nuovo presidente USA che ha promesso di alzare i dazi sulla Cina ad almeno il 10%, molti sono convinti che tra le aree geografiche a subire il maggior contraccolpo possa esserci l’Asia. Uno scenario che imporrebbe di ridurre l’esposizione all’equity della regione, che pure negli ultimi anni ha saputo regalare sorprese positive. Per Monica Defend, responsibile dell’Investment Institute di Amundi, non sarà così e il continente continuerà anzi a rimanere attrattivo. La redazione di FocusRisparmio ha raggiunto l’esperta per approfondire la sua view.
Quale sarà il reale impatto delle tariffe sulla regione?
Nonostante il rischio contraccolpi ci sia, la domanda esterna e le esportazioni continueranno a rappresentare un motore di crescita fondamentale per il continente. Il Partenariato Economico Globale Regionale, una rete commerciale integrata tra le più grandi al mondo, ha infatti rafforzato la resilienza di diversi Paesi del blocco in vari settori: non solo l’elettronica e i semiconduttori, ma anche l’agricoltura e industrie come quella automobilistica o tessile. Un successo confermato dagli scambi intraregionali dell’Asia emergente, che sono saliti al 23% dell’export totale nel primo semestre del 2024 dal 21% del 2018 e dal 10% di inizio secolo. Persino la Cina, indicata da tutti come il vero bersaglio di Trump, dimostra di avere ancora un margine di manovra a livello centrale per attenuare l’impatto delle nuove tariffe statunitensi. Se da Washington dovessero però partire iniziative radicali contro uno o più Stati, non si può escludere che proprio le interdipendenze create dell’integrazione commerciale finiscano per innescare una reazione a catena dalle conseguenze negative.
Pensa che giocheranno un ruolo anche le politiche monetarie e fiscali?
Le misure adottare finora, dai pacchetti di stimolo agli aggiustamenti dei tassi di interesse, hanno già svolto un ruolo cruciale nel sostenere la ripresa della regione e continueranno a farlo anche nei prossimi mesi. Il 2025 vedrà infatti l’atteggiamento delle banche centrali restare accomodante, con un allentamento più lento ma persistente. I policymaker di Indonesia e Filippine dovrebbero avere il maggior margine di manovra in questo senso, mentre sul fronte fiscale sono già tanti i governi ad aver spostato il focus dall’erogazione di liquidità a programmi di sostegno mirati e meccanismi di incentivo per raggiungere obiettivi strategici più alti. Ciò detto, il ritorno del regime di tassazione a uno stato di normalità si imporrà prima o poi come necessità ed è allora che gli Stati interessati dovranno affrontare la maggiore sfida. Anche in Paesi con una crescita eccezionalmente forte o con una gestione efficace dei controlli sulla spesa, come l’India, i rapporti sul debito pubblico sono infatti diminuiti solo lievemente negli ultimi anni.
Alla luce di questo contesto, quali sono le maggiori implicazioni per gli investimenti?
L’outlook della regione resta favorevole per quanto riguarda il mercato azionario. Al di là delle dinamiche commerciali, i fondamentali economici si dimostrano infatti solidi: la crescita è destinata a restare importante, l’inflazione continua a calare in maniera generalizzata e gli utili delle aziende si prospettano positivi seppur in leggera decelerazione verso valori a singola cifra alta. Un altro fattore di supporto da non sottovalutare è poi rappresentato dalla prospettiva di stabilità nei prezzi delle materie prime, che dovrebbe fornire sostegno soprattutto ai Paesi importatori di commodities.
Quali Paesi possono essere più interessanti. Ha invece una preferenza per specifici settori?
India e Indonesia rappresentano le migliori scelte in chiave geografica mentre in Cina meglio puntare sul mercato interno, che sarà meno esposto alle tariffe. Per quanto riguarda l’articolazione settoriale, il dominio dell’Asia nella catena di approvvigionamento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) si rifletterà positivamente sui titoli del settore. Se nel 2017 la regione rappresentava già il 75% del mercato globale di beni ICT, che valeva 2mila miliardi di dollari, quattro anni dopo questa quota era infatti salita a quasi l’80% dei 3mila miliardi delle esportazioni. Senza tralasciare che le sole economie avanzate del blocco orientale valgono il 60% degli scambi, mentre gli Stati emergenti come Vietnam e Malesia stanno rapidamente aumentando la loro incidenza in questo settore.
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