Secondo un fonte citata da Reuters, metà delle risorse sarebbe già stata impegnata da investitori internazionali. Coinvolti anche i Paesi del Golfo. Il veicolo punta a sostenere la ripresa economica di Teheran e a incentivare la firma dell’accordo definitivo
Un fondo privato da 300 miliardi di dollari per catalizzare gli investimenti in Iran e accompagnare il percorso di normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Sarebbe questo uno degli elementi più rilevanti contenuti nell’accordo quadro raggiunto tra Washington e Teheran per porre fine al conflitto iniziato lo scorso febbraio. Lo riporta Reuters citando un fonte direttamente coinvolta nei negoziati, secondo la quale oltre la metà delle risorse previste sarebbe già stata impegnata da soggetti internazionali. Una svolta che promette di aprire la strada a massicci investimenti in un’economia a lungo esclusa dal mercato dei capitali ma da molti considerata ricca di potenziale.
Il veicolo, che dovrebbe assumere il nome di Reconstruction and Development Fund, rappresenta uno dei pilastri economici dell’intesa e nasce con l’obiettivo di offrire a entrambe le parti un incentivo concreto a trasformare il memorandum di qualche giorno fa in accordo definitivo entro i prossimi mesi. A fornire la dotazione, che non prevedono alcun contributo pubblico come invece avviene nei programmi di ricostruzione finanziati dagli Stati o nei classici meccanismi di risarcimento per i danni di guerra, sarebbero società e investitori con sede in mezzo modo: non solo Stati Uniti ma anche regione del Golfo, Asia, Sud America e Africa. Come spiegato dall’agenzia di informazione, le risorse sarebbe destinate a finanziare interventi in comparti strategici che vanno dall’energia alla logistica fino alla manifattura e ai trasporti. Un’iniziativa di grande importanza per un’economia come quella iraniana che, ultimi 40 anni, è rimasta sostanzialmente esclusa dai flussi di capitale a causa delle sanzioni imposte da Washington e dalla comunità internazionale.
Dalla richiesta di risarcimenti alla creazione del fondo
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Stando a quanto riportato dalla fonte, Teheran aveva inizialmente richiesto al presidente USA Donald Trump circa 400 miliardi di dollari come compensazione per i danni causati dal conflitto ma la proposta sarebbe stata respinta proprio a causa della mancanza di disponibilità a impegnarsi direttamente in programmi di indennizzo. Da qui l’idea di un fondo di investimento privato capace di mobilitare capitali internazionali senza gravare sui bilanci pubblici. Il meccanismo ipotizzato prevederebbe inoltre il coinvolgimento dei Paesi della regione tramite garanzie sui prestiti, aperture di linee di credito o finanziamenti diretti a progetti di ricostruzione. Si ipotizza che le risorse saranno impiegate nel ripristino di infrastrutture danneggiate dal conflitto, comprese raffinerie e aeroporti ma anche impianti industriali e complessi produttivi strategici.
Un mercato dalle grandi potenzialità
L’interesse dimostrato dagli investitori, ricostruisce Reuters, si spiega anche con le caratteristiche strutturali dell’economia iraniana. Il Paese dispone infatti delle seconde riserve mondiali di gas naturale e delle quarte riserve accertate di petrolio, oltre a vantare una popolazione di oltre 92 milioni di abitanti relativamente giovane e con un buon livello di istruzione. Accanto alle risorse energetiche, la Teheran presenta anche un tessuto industriale diversificato e ampi margini di sviluppo in settori come petrolchimica, attività estrattive, agricoltura e turismo: tutti comparti duramente colpiti dall’isolamento finanziario internazionale degli ultimi decenni ma che promettono di riservare opportunità interessato.
Il fondo da 300 miliardi costituisce un capitolo distinto rispetto alle altre trattative in corso tra Washington e Teheran. Secondo le fonti coinvolte nei colloqui, il veicolo non è infatti collegato né alla revoca delle sanzioni statunitensi né al possibile sblocco degli asset sovrani iraniani congelati all’estero. Si tratta di due percorsi negoziali autonomi, con tempistiche e finalità differenti. Il memorandum che le parti si apprestano a sottoscrivere nei prossimi giorni dovrebbe quindi limitarsi a definire la cornice operativa dei successivi 60 giorni di negoziato. Durante questo periodo saranno affrontati anche i dossier più delicati, inclusi il programma nucleare iraniano e le questioni di sicurezza regionale.
Il veicolo non entrerà comunque in funzione immediatamente, perché la sua costituzione è subordinata alla firma di un accordo definitivo giudicato soddisfacente da entrambe le parti. Nel corso dei prossimi due mesi, gli amministratori lavoreranno insieme alle autorità iraniane e agli investitori per individuare le priorità e definire i progetti finanziabili. Restano ancora da chiarire aspetti fondamentali come la governance e i soggetti incaricati della gestione operativa. Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente statunitense J.D. Vance in un’intervista a CBS, l’accesso dell’Iran al programma di ricostruzione sarebbe inoltre legato al rispetto degli impegni previsti dall’accordo con Washington: lo smantellamento del programma nucleare militare, l’eliminazione delle scorte di materiale arricchito e l’accettazione di un rigoroso sistema di controlli internazionali.
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