Nei verbali del meeting di dicembre, il board dell’Eurotower si dice ottimista sulla traiettoria dei prezzi. Ma non esclude una nuova fiammata in scia a climate change e tensioni geopolitiche. E si mostra concorde sul mantenere un approccio restrittivo
Il percorso dell’Eurozona verso la normalizzazione dei prezzi è ormai giunto all’ultimo miglio ma proprio la breve distanza che ancora separa il Vecchio Continente dal target di inflazione al 2% è la più difficile da coprire. Si può riassumere così quanto emerso dai verbali della riunione Bce di dicembre sulla politica monetaria, un’occasione nella quale il Consiglio direttivo dell’istituto di Francoforte ha voluto sottolineare le sfide che restano da superare per stabilire quanto ancora bisognerà tenere i tassi di interesse su livelli elevati. “I membri hanno evidenziato rischi per le prospettive a medio termine”, chiariscono infatti le minute, che mettono in guardia sulla possibilità di una nuova fiammata del carovita e rivelano la volontà di conservare l’attuale atteggiamento restrittivo almeno per qualche mese.
“I membri del board hanno espresso maggiore fiducia nel fatto che l’inflazione sarebbe stata riportata verso l’obiettivo del 2% nel 2025”, recitano i verbali, aggiungendo di una generale concordia sul fatto che “la trasmissione sta procedendo vigorosamente e contribuendo a smorzare le pressioni sia per i beni che per i servizi”. Inoltre, si è sostenuto che “una parte significativa della trasmissione della politica monetaria fosse ancora in sospeso, con il picco complessivo dell’impatto osservabile solo all’inizio del 2024 e la maggior parte dell’effetto sui prezzi da prodursi nei prossimi due anni”. Eppure, si evidenzia nelle carte, permangono “opinioni divergenti” sulla presenza di motivi sufficienti a ritenere tempestivi i tempi di normalizzazione dello scenario.
Da qui, la necessità condivisa di “continuare a vigilare e avere pazienza” ma anche l’idea di “mantenere per qualche tempo un atteggiamento restrittivo”. Tradotto: Christine Lagarde e colleghi hanno intenzione di tenere i tassi sugli attuali livelli ancora per un po’. Anche perché, è la conclusione del documento, “non c’è spazio per l’autocompiacimento e non è il momento di abbassare la guardia”.
Dalla geopolitica al climate change: tanti i rischi
Tra i fattori che potrebbero alimentare una recrudescenza dell’inflazione, i banchieri centrali europei hanno menzionato prima di tutto l’acuirsi delle tensioni geopolitiche. “ll pericolo è che spingano al rialzo i prezzi dell’energia nel breve termine”, è infatti la tesi emersa dai verbali. Una minaccia cui si somma quella degli eventi metereologici estremi e dei relativi impatti sui prezzi dei prodotti alimentari, a dimostrazione degli effetti sempre più diretti che il cambiamento climatico produce tanto sull’economia reale quanto sui mercati finanziari. “Il carovita”, si legge a conclusione del ragionamento, “potrebbe rivelarsi più elevata del previsto anche se le aspettative dovessero superare l’obiettivo o se i salari e i margini di profitto aumentassero più del previsto”.
Un altro fattore monitorato con più di una riserva è la componente core del carovita, ossia quella meno sensibile perchè depurata dai prezzi di beni energetici e alimentari. “Gliindicatori dell’inflazione di fondo sembrano aver superato il picco e hanno continuato a diminuire”, hanno convenuto i banchier centrali. Tuttavia, è stata loro precisazione, “la dinamica della grandezza resta forte in una prospettiva storica anche se si considerano le misure corrette per gli shock energetici e le strozzature dell’offerta”. In particolare, hanno concluso, “l’inflazione domestica è rimasta elevata e si è ridotta lentamente, con una crescita salariale vischiosa e prezzi dei servizi che riflettono in particolare il mercato del lavoro ancora forte”.
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