Per Raphaël Lance (Mirova – Natixis Investment Managers) la geopolitica ha accelerato un cambio di paradigma: alla decarbonizzazione si affianca la sovranità energetica. Il risultato è nel complesso un contesto più favorevole per gli investitori
Raphaël Lance, managing director e Global head Private Assets & Energy Transition Funds di Mirova
La transizione energetica non è più soltanto una questione climatica. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni più recenti in Medio Oriente, la sicurezza degli approvvigionamenti è tornata al centro della politica economica e industriale. La conseguenza, secondo Mirova (affiliata Natixis Investment Managers), è un’accelerazione dei piani di elettrificazione, che implica una richiesta crescente di energia rinnovabile e infrastrutture in grado di rendere la rete più stabile e flessibile. FocusRisparmio ha incontrato Raphaël Lance, managing director e Global head Private Assets & Energy Transition Funds della società, per fare un punto su trend, opportunità di investimento e dinamiche della domanda istituzionale.
La sovranità energetica sta cambiando la transizione. Come interpretate questa fase?
La sovranità energetica è in effetti diventata centrale già dalla guerra in Ucraina: non possiamo più dipendere dalle importazioni di gas e petrolio da Paesi che possono sfruttare questa leva. Se vent’anni fa la transizione nasceva soprattutto come percorso di decarbonizzazione, oggi si aggiunge un driver più immediato: l’autonomia. E questa si ottiene prima di tutto riducendo la quota di fossili nel consumo energetico. L’unico modo davvero efficace è elettrificare. Oggi circa il 20-25% dei consumi energetici è elettricità, mentre il fossile pesa intorno al 60%. Gli studi indicano che possiamo arrivare al 40-45% di elettrico in tempi relativamente rapidi ma questo implica investimenti enormi, sia lato produzione che infrastrutture. Le alternative alle fonti fossili sono nuclearee rinnovabili, con il primo che sconta ostacoli politici in diversi Paesi e un tema di tempistiche: per attivare nuovi reattori si ragiona infatti su orizzonti come 2035-2040. C’è poi una questione di competitività: oggi il nucleare costa tanto. Le rinnovabili sono invece il percorso più evidente per disponibilità, capacità di realizzazione e competitività economica.
Dopo l’hype del passato, questo comparto ha avuto alterne fortune sul mercato. Quali occasioni vedete oggi?
C’è stato certamente un repricing: alcuni progetti sono stati acquistati a prezzi troppo elevati nel recente passato e i rendimenti sono diventati un tema per chi è entrato ai massimi. Inoltre, molti investitori infrastrutturali avevano già una quota importante di rinnovabili e hanno cercato di diversificare. Ma i fabbisogni restano giganteschi: servono investimenti ogni anno per aumentare la produzione e più aumenta la quota di fonti alternative nella rete più emergono nuove necessità. Di queste, alcune riguardano intermittenza e instabilità che rendono necessarie innovazioni per gestire in modo flessibile l’approvvigionamento di energia.
Cosa sta succedendo dal lato degli investitori: interesse in aumento o prudenza?
Negli ultimi dieci anni l’interesse per le infrastrutture è aumentato molto. Poi l’aumento dei tassi ha spinto una parte del mercato a ridurre l’equity infrastrutturale e ad aumentare il debito, con forte crescita del private debt perché i rendimenti erano interessanti a fronte di una percezione di rischio media. Questo ha rallentato anche la circolazione di capitale nei private assets. I tempi medi di raccolta dei fondi infrastrutturali sono passati indicativamente da 15 mesi a circa 30 mesi ma nell’ultimo semestre si è vista un’accelerazione. E sul rinnovabile oggi siamo in un buyers market: opportunità più interessanti, rendimenti più elevati e accesso a strategie più difensive.
Quali segmenti della filiera sono oggi più interessanti?
Le batterie sono un mercato in crescita: oggi sono competitive da un punto di vista di prezzo e sono inoltre essenziali per stabilizzare la rete. Poi c’è l’elettrificazione dei trasporti: auto, autobus e mobilità in generale. Qui le opportunità sono nelle infrastrutture di ricarica, dove i bisogni sono enormi, e nel rinnovo delle flotte, che richiede investimenti significativi. Guardiamo anche al comparto del leasing di batterie, che offre un’ottima visibilità sui flussi di cassa. Un esempio è un investimento che abbiamo realizzato in Australia in una società che si occupa di ‘charge as a service’: installa e detiene punti di ricarica nelle aziende. Un altro filone è il rinnovo delle flotte di autobus pubblici. A titolo di esempio, abbiamo noleggiato 300 batterie per autobus alla città di Glasgow e stiamo lavorando su altri 400 autobus con una società di trasporto pubblico danese.
Dove investite di più in Europa e come gestite il rischio Paese?
L’idea è avere un portafoglio diversificato, senza superare circa il 15% su un singolo Paese. È un settore regolato che dipende dalle scelte governative e dall’andamento del mercato dell’energia, quindi la differenziazione è importante. Storicamente abbiamo investito molto in Spagna, Portogallo, Francia e in Italia. Guardiamo anche a Polonia e Paesi baltici, oltre a una diversificazione fuori Europa con progetti in Australia.
State lavorando anche a strutture evergreen per ampliare l’accesso, con opzioni di liquidità?
Il tema dell’accesso e della liquidità è centrale e il mercato sta innovando. Oggi lavoriamo prevalentemente con fondi chiusi istituzionali, ma stiamo osservando e valutando strutture evergreen con meccanismi che possano offrire opzioni di liquidità su asset che, per loro natura, non sono liquidi. Questa strada è insieme una grandissima opportunità e va costruito con attenzione all’allineamento agli orizzonti temporali del cliente.
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