Carabetta (Trade Republic): “La nostra scommessa? Il futuro del risparmio italiano”
Democratizzazione, educazione finanziaria, pensioni: ecco perché la fintech di Berlino parla soprattutto ai 30enni italiani
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La sfida è quella che in UK, uno dei mercati di elezione di Moneyfarm, chiamerebbero di scale and scope. Andrea Rocchetti, global head of investment advisory della società, lo sintetizza in numeri. “Dalla nostra nascita nel 2012 ad oggi, siamo passati dall’acquisizione di poche decine di clienti al giorno fino a raggiungere le migliaia, con un’offerta che nel tempo si è arricchita di un set di prodotti tale da poterci presentare sul mercato come un total wealth partner”. Un viaggio entusiasmante, racconta Rocchetti, che ha significato il consolidamento entro e fuori i confini nazionali di un player della consulenza indipendente dai caratteri innovativi, soprattutto per il nostro Paese. In dodici anni Moneyfarm è riuscita a portare le masse in gestione oltre i 5 miliardi di euro, con un approccio che si pone al punto di intersezione fra digitale, vicinanza al cliente, semplicità e contenimento dei costi.
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A livello generale, l’Italia è lontana da un posizionamento soddisfacente in termini di educazione finanziaria. Lo confermano una molteplicità di studi e indagini, svolti sia a livello nazionale che internazionale. Tuttavia, qualcosa si muove e il mese dell’educazione finanziaria rappresenta sempre di più un momento a cui tutti gli stakeholder partecipano attivamente. Un impegno necessario perché il problema è noto ma va affrontato in maniera unita da tutti i player del risparmio.
Il nostro punto di vista presenta una particolarità, perché la natura della nostra offerta ha sempre attirato una tipologia di clientela attenta al tema dei costi e piuttosto evoluta sotto il profilo delle competenze finanziarie. Siamo infatti una realtà nativa digitale in un settore affollato e saldamente in mano agli intermediari finanziari tradizionali.
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Per questo i clienti Moneyfarm rappresentano un campione, sempre crescente ma abbastanza specifico, composto in grande maggioranza da giovani adulti. La fascia di gran lunga più rappresentata è quella tra i 30 e i 44 anni che costituisce il 40% del totale. Molto specifico anche il target per livello di scolarizzazione. I laureati sono circa l’80% del totale, con un 16% che possiede una laurea in discipline economico-finanziarie.
Per noi, la sfida dell’educazione passa soprattutto da un grande impegno sul fronte dell’informazione in ambito economico-finanziario, che rendiamo gratuitamente disponibile sul nostro sito Internet. Anche grazie a questo impegno abbiamo superato i 3 milioni di visitatori unici nel corso dei primi nove mesi del 2024.
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È vero che il livello di eterogeneità in Europa è elevato, ma per quanto ci riguarda direttamente non abbiamo la necessità di approcciarci in modo diverso ai differenti mercati, come ad esempio il Regno Unito, dove siamo presenti da anni.
Un’offerta digitale, attenta ai costi e all’obiettivo di pianificare gli investimenti a seconda delle varie fasi di vita ci pone in una posizione di vantaggio nei contesti, come quello italiano, in cui l’attenzione a questi temi è minore per via di una struttura della distribuzione più rigida e sedimentata negli anni.
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Nel complesso, credo che un approccio di maggiore supporto all’investimento e al risparmio privato sia auspicabile sia nel nostro Paese che nell’Unione Europea. Alcune norme che esistono nel Regno Unito, come ad esempio quelle che regolamentano gli Individual Savings Accounts, dovrebbero essere istituite anche nel nostro Paese per incentivare in maniera netta l’indirizzo del risparmio privato verso le logiche della pianificazione patrimoniale.
Per quanto riguarda l’evoluzione normativa e, in particolare, le discussioni sulla Retail Investment Strategy e sulle strutture distributive applicate nell’Unione, è indubbio che il fine ultimo della protezione dell’interesse dell’investitore debba essere al centro della nostra industria. Soprattutto se consideriamo che, nel complesso, gli intermediari finanziari devono ancora recuperare un gap di fiducia che può essere colmato solo attraverso la trasparenza e la dimostrazione di un profondo allineamento di interessi.
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Consulenza finanziaria e risparmio gestito sono industrie forti, dotate di grande flessibilità e capacità di adattamento e non hanno quindi nulla da temere da modifiche normative o regolamentari.
Guardando al mercato europeo e statunitense, l’ultimo decennio è stato ottimo per il mondo dei passivi, che hanno fatto segnare numeri in tutto e per tutto migliori rispetto alla gestione attiva, sia in termini di strumenti e masse in gestione, che in termini di performance relative, penalizzate soprattutto dalla più alta incidenza dei costi di quest’ultima.
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Per quanto riguarda i prossimi dieci anni, a mio modo di vedere la prospettiva è altrettanto positiva, perché assisteremo ad un’ulteriore ondata di innovazione che porterà a nuovi modi di prendere esposizione tramite gli ETF, sia per gli investitori retail che per quelli istituzionali. Pensiamo agli ETF attivi, la cui variante europea è detta shy active perché attenta a contenere i costi e solitamente meno concentrata, con la conseguente limitazione della componente attiva.
L’ennesima innovazione in un settore che si rinnova con continuità, dimostrandosi capace di guardare sempre al futuro.
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