Indagine Natixis Im: l’inflazione non fa più così paura, anche se 3 su 4 pensano durerà a lungo. Ancora alti anche i tassi. Il 66% teme ora per gli utili societari, ma il vero rischio è la compiacenza
La recessione non rappresenta più un rischio significativo e anche l’inflazione, pur destinata a restare alta, ha smesso di fare paura. Gli investitori dovranno però fare i conti con tassi d’interesse più elevati, con un rally azionario desinato a rallentare nel secondo semestre e con utili societari che potrebbero deludere. Sono questi i principali risultati del sondaggio di metà anno condotto da Natixis Investment Managers tra 32 strategist, gestori, analisti ed economisti del gruppo. Uno studio da cui emerge come ora il pericolo più insidioso sia rappresentato dalla compiacenza: gli ostacoli all’orizzonte infatti non mancano.
Una partenza sorprendente: la recessione è più lontana
Dopo un inizio di anno solido, con l’inflazione in calo ma anche e rendimenti obbligazionari ai massimi da 15 anni e alcuni listini che hanno messo a segno progressi a doppia cifra, gli esperti che reputano la recessione un rischio basso sono arrivati a rappresentare metà del campione. Se a novembre 2022 il 59% degli istituzionali la riteneva “inevitabile” e il 54% “assolutamente necessaria” per contenere il corsa dei prezzi nel 2023, oggi solo il 6% parla di una contrazione dell’economia certa entro fine anno mentre il 53% sostiene sia una “concreta possibilità” e il 9% la vede “altamente improbabile”.
L’inflazione fa meno paura
Dopo una stretta monetaria quasi senza precedenti, nei primi sei mesi del 2023 gli sforzi di Bce e Fed hanno iniziato a produrre risultati. Negli Stati Uniti, l’inflazione è passata dal 6,5% di giugno 2022 al 3% di un mese fa mentre nell’Eurozona il dato è sceso dal 9,2% al 5,5%. E ora anche il Regno Unito, pur non riuscendo tenere il passo, sta iniziando a mostrare segnali di attenuazione dei pezzi: dal 10,5% di fine anno all’8,7% di maggio. Ne deriva che, allo stato attuale, il carovita rappresenta un rischio “rischio elevato” solo per il 22% degli strategist mentre il 38% non crede che gli obiettivi sui prezzi verranno raggiunti entro 2025 e il 9% non li considera raggiungibili almeno fino al 2026.
Il rischio maggiore? La compiacenza
Vietato però abbassare la guardia, perchè le insidie all’orizzonte non mancano. Tensioni geopolitiche e indirizzo delle banche centrali in testa. Su questo secondo punto, in particolare, i timori si concentrano su quanto e per quanto tempo i tassi rimarranno restrittivi prima che l’inflazione torni ai livelli target. Il 72% teme infatti che la fiammata dei prezzi si protrarrà più a lungo del previsto mentre il 38% è convinto che il costo del denaro si manterrà elevato per un periodo maggiore rispetto a quanto preventivato.
Mabrouk Chetouane, head of global market strategy solutions di Natixis Im
In particolare, l’attenzione è ora puntata sugli utili societari: sono infatti due terzi i gestori a considerarli un potenziale ostacolo. Uno su quattro si dice però ottimista e sostiene che i profitti potrebbero fungere da catalizzatore nella seconda metà dell’anno. Quanto alle prospettive della spesa dei consumatori, gli intervistati appaiono divisi: la metà teme che un rallentamento possa costituire un ostacolo, mentre il 28% crede che la spesa aumenterà spingendo la crescita del mercato. Infine, a domanda precisa sul tema dell’intelligenza artificiale, l’88% ha risposto che l’AI è in grado di sbloccare opportunità di investimento precedentemente non individuabili.
“I prezzi si stanno raffreddando, ma non è ancora finita. La forte spesa per i consumi, l’inflazione dei costi dei servizi e le tensioni geopolitiche potrebbero far perdurare l’inflazione ancora a lungo, determinando un aumento dei tassi ancora per qualche tempo. In generale, gli strateghi ritengono che ci vorrà fino al 2025 per raggiungere gli obiettivi”, sottolinea Mabrouk Chetouane, head of global market strategy solutions di Natixis Im.
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