La crescita del private capital è di certo strutturale. Ma richiede prodotti adatti, advisory avanzata e una segmentazione accurata. Le visioni di CFO SIM, Eurizon Capital Real Assets, Ersel e Larry
Il dibattito sui private markets continua a essere caratterizzato da nodi strutturali che incidono sulla capacità del sistema italiano di attrarre capitali in modo efficiente e competitivo. Nella seconda parte della tavola rotonda a porte chiuse organizzata da FocusRisparmioper approfondire i temi trattati nel Dossier Mercati Privati del magazine di settembre-ottobre, Andrea Caraceni, amministratore delegato di CFO SIM, evidenzia come il tema dell’educazione finanziaria rimanga centrale sia per gli investitori privati sia per quelli di maggiori dimensioni. “La prima riflessione vera e importante è che parliamo di un tema che riguarda sia i grandi che i piccoli investitori”, osserva, richiamando la necessità di una maggiore alfabetizzazione intorno a strumenti complessi e ancora poco compresi dal pubblico. A frenare la diffusione dei private market contribuiscono anche barriere regolamentari che rendono difficoltoso diventare investitori professionali. “La normativa finisce per limitare, anziché favorire, la crescita del mercato”, aggiunge. Anche la fiscalità gioca un ruolo determinante: “C’è un mosaico di norme nazionali in materia societaria, fiscale e di strumenti finanziari, con obblighi diversi”, afferma, riferendosi alla doppia imposizione sulle holding. Sul piano operativo, il lavoro di CFO SIM si concentra sulla costruzione di portafogli globali, articolati per asset class e geografie, e sulla creazione di soluzioni che consentano comunque anche a investitori con risorse più contenute di accedere a questa asset class: “Cerchiamo delle soluzioni per aggregare i piccoli risparmiatori e permettergli di partecipare. Per fortuna abbiamo in casa un direttore investimenti che viene proprio dal mondo degli illiquidi”, aggiunge.
Un momento della tavola rotonda sui mercati privati organizzata da FocusRisparmio
Un’offerta che si adatta
Andrea Nascè, vicedirettore generale e direttore investimenti di Ersel Banca Privata, analizza l’evoluzione dell’offerta destinata ai clienti privati. “All’inizio abbiamo costruito, con ricorso a strutture master feeder, alcune soluzioni di investimento centrali, che corrispondevano ‘allo sforzo di portare ai privati la qualità degli istituzionali’”, ricorda, evidenziando come la prima fase abbia riguardato partnership con operatori professionali, progettate per replicare le logiche dei grandi investitori istituzionali. Lo step successivo ha introdotto anche la consulenza su vari fondi chiusi, messi a disposizione ‘à la carte’, in sottoscrizione diretta, alla clientela professionale: “Uno sforzo organizzativo decisamente pesante, con significativi oneri operativi per gestire i commitment iniziali, i successivi richiami, le garanzie sulla liquidità a servizio degli stessi”. Di pari passo, l’interesse dei clienti imprenditori verso il private equity ha favorito la crescita dei club deal, apprezzati per la loro natura più diretta e più vicina alla cultura industriale. Gli evergreen, invece, rappresentano un’opportunità potenzialmente interessante, a patto di gestirne i rischi senza dimenticare che i sottostanti sono investimenti totalmente illiquidi. “Ho un po’ di remore ad affrontare il tema del mismatch di liquidità”, rileva, ponendo l’accento sulla necessità di non creare aspettative fuorvianti tra gli investitori. “Solo facendo prima una formazione mirata e osservando tutta una serie di prerequisiti per mitigare i rischi di mis-selling, allora potremo proporre alcuni di questi prodotti con i nostri servizi di advisory. Sempre con molta cautela e attenzione”, aggiunge Nascè. In termini commerciali si intravvedono due trend forti, in un mercato in via di polarizzazione: i club deal per i soli clienti professionali con i profili più sofisticati e gli evergreen per gli investitori retail che necessitano di strumenti più flessibili, purché adeguatamente compresi.
Una prospettiva diversa, quella del family office, è portata nel dibattito da Orazio Di Miscia, chief Investment Officer di Larry, family office della famiglia Falck. Una realtà di nuova generazione (nata nel 2023) che ha costruito da zero il proprio portafoglio di investimento. “Abbiamo definito una strategia ma soprattutto un Risk Appetite Framework per individuare la quantità e il tipo di rischio che l’imprenditore era disposto ad assumersi”, spiega Di Miscia, ricordando il lavoro preliminare necessario a delineare profilo di rischio, obiettivi e governance. La scelta di allocazione che ne è venuta fuori riflette una forte convinzione sulla capacità dei private market di generare rendimento nel lungo periodo: “Siamo arrivati ad un’allocazione pari al 60% investito in private market e 40% in public market”. Uno degli strumenti più utilizzati dal family office, poi, è un veicolo evergreen proprietario, pensato per velocizzare il deployment del capitale e ridurre le inefficienze. “Volevamo evitare la componente di asset liquidi presenti nei fondi evergreen esistenti e abbiamo creato un fondo sempre aperto con alcune caratteristiche peculiari coerenti con il nostro approccio agli investimenti”, afferma Di Miscia. Tra le peculiarità il meccanismo d’uscita, fissato su un orizzonte fino a tre anni che consente di evitare l’obbligo per il gestore di detenere liquidità inutilizzata, e sfruttare al meglio le opportunità del mercato privato. L’evergreen, tuttavia, non costituisce la strategia principale, ma uno strumento tattico. Parallelamente, Larry ha incrementato l’esposizione a private equity secondario, sfruttando le condizioni di mercato, ma anche opportunistic credit, infrastrutture e real estate.
La riflessione conclusiva è affidata a Gaetano Vallefuoco, head of Private Equity di Eurizon Capital Real Assets, che introduce una lettura più tecnica sulle caratteristiche degli evergreen (con focus sul private equity). “La liquidità non è l’elemento principale di questa struttura”, chiarisce subito. “Dobbiamo ricordare a tutti che stiamo parlando di asset illiquidi, che necessitano strutturalmente di tempo per creare valore”, afferma, chiarendo che eventuali meccanismi di uscita non possono essere interpretati come garanzia di liquidabilità. Per l’esperto, il vero valore aggiunto degli evergreen è un altro: “L’anticipazione dell’impiego del capitale consente di minimizzare il costo opportunità associato al capitale non richiamato. Al contempo, una gestione ottimale del recycling tempo per tempo permette non solo di attraversare in modo più efficiente le diverse fasi del ciclo economico, ma anche di massimizzare il cash-on-cash finale per l’investitore, sfruttando pienamente i benefici del compounding interest”. Vallefuoco richiama tuttavia alla prudenza, in particolare sul fronte retail: “L’educazione è fondamentale. Parliamo di prodotti che andrebbero venduti esattamente come dei fondi chiusi, relativamente all’holding period di riferimento”. La qualità dell’investitore è un fattore determinante, come dimostra la sua esperienza. “L’idea che un investitore possa uscire quando vuole è tendenzialmente sbagliata, perché il gestore deve avere la totale autonomia sulle leve di controllo, anche e soprattutto nei periodi di panico, proprio nell’interesse stesso degli investitori”. Per il futuro immagina una crescente differenziazione tra prodotti investiti sui mercati privati: “mi aspetto che andremo probabilmente verso una differenziazione tra il prodotto pensato per investitori istituzionali/HNWI e il prodotto invece immaginato per il retail”, afferma.
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