Il responsabile delle strategie globali aggregate Andrew Mulliner si aspetta opportunità nelle aree più interessate dai rialzi dei rendimenti
Andrew Mulliner, responsabile delle strategie aggregate globali di Janus Henderson Investors
Le dichiarazioni di Janet Yellen che in settimana si è detta a favore di un rialzo dei tassi di interesse giustificato dall’accelerazione del ciclo economico ha riacceso il dibattito sulla solidità della ripresa post-pandemia.
“[Quest’anno] anche le banche centrali non hanno reagito in modo uniforme come nel 2020”, osserva Andrew Mulliner, responsabile delle strategie aggregate globali di Janus Henderson Investors, che dice la sua sulle divergenze che iniziano a emergere a livello economico e sulle possibili conseguenze per gli investimenti nel reddito fisso.
“L’incremento dei rendimenti che abbiamo osservato in questa fase di ripresa ciclica – che promette di essere la più robusta dal periodo successivo alla crisi finanziaria globale del 2008 – non dovrebbe sorprendere gli investitori”, dice il gestore.
Opportunità nelle differenze
“L’eterogeneità delle misure adottate dalle banche centrali in risposta al rialzo dei rendimenti si contrappone all’uniformità delle politiche messe in atto nel 2020 (tagli dei tassi e quantitative easing). Tali differenze si devono essenzialmente alle diverse condizioni economiche dei vari paesi prima della pandemia, alla loro resilienza alla crisi e alla natura delle misure stesse”, spiega l’esperto.
In Europa, dove crescita e inflazione risultavano anemiche prima della pandemia, le misure “non risolvono problemi cronici: la Bce è consapevole che un rialzo dei rendimenti rappresenta un inasprimento delle condizioni che l’Europa non può permettersi”.
È per questo motivo che – all’indomani delle dichiarazioni della Yellen – un coro di banchieri centrali ha ribadito che non è il momento di parlare di riduzione degli acquisti. Il capo economista della Bce, Philipe Lane ha spiegato che il rialzo dei prezzi non è altro che il frutto degli shock negativi provocati dalla pandemia in questo stesso periodo dell’anno nel 2020 mentre negli Usa Richard Clarida, Michelle Bowman e Charles Evans della Federal Reserve, hanno escluso ci sia il pericolo di vedere l’inflazione ben oltre il 2% per parecchio tempo.
Per gli investitori “è fondamentale riconoscere le dinamiche strutturali in atto per distinguere se l’attuale incremento die rendimenti rappresenta un’opportunità per gli investitori obbligazionari o se la fase rialzista del mercato del credito in atto da ormai 30 anni sia giunta al termine”, dice Mulliner.
Dove cercare rendimenti
Per l’analista di JHI esistono delle divergenze fra paesi in termini di solidità delle prospettive economiche post-pandemia dalle quali possono nascere opportunità di generare alpha.
In Europa, osserva, l’aumento dei rendimenti obbligazionari nominali, che in alcuni casi restano in territorio negativo, ha suscitato reazioni e interventi diversi volti a limitare e addirittura invertire tale rialzo.
Negli Usa la Fed ha confermato a parole la linea decisamente accomodante, ma ha mantenuto invariata la politica monetaria definendo il netto incremento dei rendimenti una conferma dell’efficacia delle misure implementate.
Mulliner ritiene che “diverse aree come il debito corporate high yield e i mercati emergenti potrebbero offrire valore; tuttavia, preferiamo non considerare questi ultimi come una realtà monolitica e riscontriamo valore solo in determinati mercati locali e in alcune obbligazioni societarie in valuta forte”.
Quanto ai titoli governativi, Mulliner prevede che in Europa i rendimenti “permangano bassi e una volatilità contenuta”. E aggiunge, “potrebbero emergere delle opportunità nei paesi interessati da un forte aumento dei rendimenti, dato che le attese del mercato anticipano sempre più a guidance delle banche centrali sulla normalizzazione dei tassi. Ei il caso soprattutto dell’Australia, che nel prossimo decennio dovrà affrontare difficoltà maggiori rispetto agli ultimi dieci anni”.
Attualmente numerosi mercati fra cui gli Stati Uniti – analizza – offrono rendimenti molto più elevati rispetto a Giappone ed Europa e pertanto attraggono una domanda più elevata da parte degli investitori esteri.
Diverso lo scenario per la Cina che ha beneficiato del suo ruolo chiave nella filiera globale di farmaci e dispositivi di protezione individuale. “Mentre altri paesi hanno azzerato i tassi la People’s Bank of China ha ridotto il loan prime rate di appena 35 punti base (dal 4,15 al 3,85%) e gestito attivamente la liquidità nel sistema.
“Le speranze di un nuovo boom degli investimenti cinesi che traini la ripresa globale come nel 2008 sembrano vane”. Per l’analista il target di crescita del 6% per il 2022 annunciato al recente Congresso Nazionale del Popolo è inferiore alle stime.
Perciò – conclude Mulliner – dietro la ripresa ciclica che dovrebbe arrivare nel 2021 ci sono diverse opportunità. “Le attese di un calo del dollaro cominciano a vacillare e questo è una manna per i paesi emergenti che si finanziano in dollari”.
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