Boom di domanda per i tre titoli in valuta USA emessi dal Tesoro. I gestori: ecco qual è la strategia di Roma e a cosa devono guardare gli investitori europei. Il Treasury? Resta centrale
Dopo aver bussato ripetutamente alle tasche dei risparmiatori italiani, per la prima volta dal 2021 il Tesoro ha mirato ai grandi capitali globali. Ed è stato un successo: l’emissione di tre BTP in dollari con scadenza dai cinque ai 30 anni per complessivi 6 miliardi ha infatti raccolto ordini pari a 19,7 miliardi, oltre tre volte l’offerta. Una mossa strategica che, per i gestori, risponde alla volontà di sedurre gli investitori istituzionali internazionali e stabilizzare il debito pubblico tricolore. Con innegabili vantaggi, sia per Roma sia per chi l’ha acquistato, e qualche rischio.
Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze
L’operazione annunciata dal MEF lunedì scorso e completata martedì è avvenuta tramite sindacatoed è fuori dal programma Global Bond. Ad occuparsene sono state Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs e Morgan Stanley in qualità di lead manager. Il BTP in dollari a cinque anni, con scadenza luglio 2031 e rendimento al 4,5%, ha registrato una domanda di 7,6 miliardi a fronte di 2,5 miliardi collocati. Il decennale, con un tasso al 5,126% e scadenza 2036, ha invece ricevuto ordini per 7,7 miliardi contro i 2,5 miliardi emessi. Il titolo a 30 anni, che paga un rendimento del 6%, ha infine totalizzato 4,4 miliardi di richieste rispetto a un miliardo offerto.
Banche e fund manager in prima linea
La partecipazione all’emissione, ha fatto sapere via Venti Settembre, è stata “altamente diversificata”: ha coinvolto oltre 170 investitori di oltre trenta Paesi. In testa quelli esteri, che hanno sottoscritto l’82,7% del titolo a cinque anni ma anche l’84,8 di quello a dieci e il 90,8% del trentennale. Fund manager e banche sono stati i principali acquirenti, con i primi più concentrati sulle due scadenze più lunghe (rispettivamente il 55,2% e il 66,7% del totale). Agli istituti di credito è stato invece assegnato il 41,5% del titolo più breve, con le banche centrali subito dietro (20,1%). A livello geografico, forte si è rivelata la presenza degli operatori residenti in Gran Bretagna: questi soggetti si sono infatti assicurati il 21,9% del bond a cinque anni, il 35,6% del decennale e il 22,6% dell’emissione a 30 anni. Sostenuta anche la domanda di nordamericani, che hanno concentrato la loro attenzione sulle scadenze a medio e lungo termine. Buona pure la richiesta degli investitori tedeschi, austriaci e svizzeri sulla scadenza quinquennale (11,3% del totale). Le quote di assegnazione relative all’Italia si sono attestate al 17,3%, al 15,2% e al 9,2%.
“Il Tesoro decide di emettere debito in valuta estera non per necessità di biglietti verdi ma per diversi obiettivi che spaziano dalla diversificazione alla costruzione di una curva di rendimenti in dollari”, spiega da ActivTrades il chief analyst Saverio Berlinzani. Questo tipo di operazione, chiarisce, consente infatti di intercettare i grandi capitali di fondi operatori professionali che per statuto o preferenza investono solo in divisa statunitense: fondi pensione, banche centrali, fondi sovrani americani o asiatici. Inoltre, la scelta di tre diverse scadenze non è casuale: “Serve proprio a creare punti di riferimento liquidi e permette al Tesoro di spalmare l’impegno finanziario del debito nel tempo”, sottolinea, “riducendo il rischio di rifinanziamento”. Anche sul fronte della gestione del cambio, secondo l’esperto, la scelta del ministro Giancarlo Giorgetti è strategica: spesso infatti il MEF converte poi in euro l’esposizione in dollari tramite contratti cross currency swap. E se le condizioni di mercato sono favorevoli, “il costo finale del titolo può risultare persino inferiore rispetto all’emissione di un normale BTP in euro (arbitraggio)”.
Rischi e opportunità per gli investitori europei
Dal punto di vista degli investitori del Vecchio Continente, ricorda Berlinzani, c’è da considerare l’aspetto valutario “che trasforma la natura del titolo per chi compra dall’Eurozona”. Sottoscrivere questo tipo di BTP significa infatti assumersi un rischio di cambio, perché cedole e capitale vengono pagati in dollari. “È chiaro che oltre ad alcune criticità c’è anche una opportunità che non va trascurata”, rimarca però l’esperto, che chiarisce: “Se il biglietto verde dovesse rafforzarsi nei confronti della moneta unica, il vantaggio emergerebbe sotto forma di guadagni e viceversa”.
Quanto al Treasury, secondo il co-fondatore di Rheos Partners Giacomo Calef, l’emissione del MEF non è un segnale di ridimensionamento: “I nuovi BTP saranno presumibilmente prezzati proprio rispetto alla curva dei titoli del Tesoro USA, con l’aggiunta di uno spread che remunera il maggiore rischio di credito italiano e la minore liquidità”. Insomma, è la considerazione dell’esperto, l’investitore non sta scegliendo tra due strumenti equivalenti denominati in valuta statunitense: “Con il bond a stelle e strisce acquista l’attività di riferimento del sistema finanziario americano mentre con il titolo tricolore mantiene la stessa valuta ma assume rischio sovrano di Roma in cambio di un rendimento superiore”. Per Calef, quindi, la lettura prevalente è quella del relative value: ricerca di rendimento aggiuntivo, diversificazione degli emittenti e accesso a un diverso profilo di rischio. “La crescita dell’offerta di obbligazioni sovrane in dollari amplia l’universo investibile nella valuta americana ma non indebolisce necessariamente i Treasury”, ribadisce, “che continuano a essere il benchmark rispetto al quale tali titoli vengono valutati e prezzati”. Per parlare di una vera erosione della centralità del governativo di Washington, conclude, servirebbero segnali più strutturali: da una “riduzione persistente delle riserve ufficiali investite in Treasury a un minore utilizzo come collateral fino a una perdita di liquidità relativa o a una crescente difficoltà nel collocare il debito”.
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