In Italia, 108 operazioni per 10,1 miliardi di dollari da gennaio. Segnali di dinamismo ma pesano le exit in stallo. “Cruciale per le società adattarsi al nuova contesto”. Il report di metà anno di Bain & Company
Il bicchiere mezzo pieno dice che il fondo è stato toccato e che la risalita è iniziata. Quello mezzo vuoto segnala però come lo slancio della ripartenza sia debole e un ritorno agli antichi fasti appaia di là da venire. Per il private equity globale si prospettano insomma ancora tempi duri, nonostante la contrazione durata due anni sembri finalmente essersi stabilizzata negli ultimi sei mesi. A tracciare il bilancio è l’aggiornamento di metà anno del ‘Global Private Equity Report 2024’ di Bain & Company, secondo cui le prospettive di ripresa dell’industria rimangono incerte. Con l’Italia che non fa eccezione.
Roberto Fiorello, responsabile italiano Private Equity di Bain & Company
Nella prima metà dell’anno, l’attività è infatti rimasta contenuta rispetto agli standard storici, soprattutto in relazione ai 3.900 miliardi di dollari di liquidità non investita (di cui oltre mille miliardi di capitale allocato nei fondi di buyout ma non ancora impiegato). “A livello globale il numero delle operazioni di buyout al 15 maggio si è contratto del 4% rispetto al 2023, facendo pensare che l’industria possa chiudere l’anno con un totale sostanzialmente stabile rispetto al 2023”, spiega Roberto Fiorello, senior partner e responsabile italiano Private Equity di Bain & Company. Per l’esperto, il valore globale delle operazioni è destinato a raggiungere i 521 miliardi di dollari, con una crescita del 18% rispetto all’anno precedente, dovuta a una maggiore dimensione media piuttosto che a un aumento del numero.
Anche le exit sembrano essersi assestate dopo i forti cali degli ultimi due anni. Il numero totale di quelle supportate da buyout è stabile su base annua, mentre il suo valore si avvicina a un totale di 361 miliardi di dollari, registrando un aumento del 17% rispetto al 2023. Un risultato che facomunque del 2024 il secondo anno peggiore per i valori dal 2016. “Vediamo alcuni segnali di ripresa e l’anno probabilmente si chiuderà con numeri simili a quelli registrati prima del boom post-pandemia del 2021”, prosegue Fiorello. Aggiungendo che le indicazioni attuali dei general partners sono più positive rispetto all’ultima indagine di marzo. Tre mesi fa il 30% non si aspettava una ripresa delle operazioni fino al quarto trimestre di quest’anno, con quasi il 40% che stimava che ciò sarebbe avvenuto entro il 2025 o addirittura oltre. “Nonostante ciò, è troppo presto per aspettarsi un ‘ritorno alla normalità’, date le diverse sfide che il settore deve affrontare”, avverte l’esperto.
L’Italia non fa eccezione. Il mercato tricolore continua infatti a mostrare segnali di dinamismo, seppur misti, con un numero crescente di operazioni (108 rispetto alle 102 del 2023), ma con valori complessivi in calo (10,1 miliardi di dollari di valore annualizzato dei buyout rispetto ai 28 miliardi dell’anno precedente). Anche le exit sono in contrazione, seguendo il trend globale, con 7,3 miliardi di dollari rispetto ai 12,3 miliardi del 2023. A guidare le operazioni, i settori industriale ed energetico, primi sia in termini di volumi che di numero. “Questi trend riflettono una maggior prudenza degli investitori in un contesto economico incerto, con una preferenza per operazioni di dimensioni più piccole o una diversificazione strategica in settori specifici”, sottolinea Fiorello. A suo parere, adattarsi a questa ‘nuova normalità’ sarà cruciale per le società di private equity che vogliano mantenere la competitività e trovare opportunità di crescita sostenibile.
Il Report di metà anno di Bain, infatti, individua nel 2024 un punto di svolta per l’industria, identificando una serie di sfide cruciali che richiedono un’azione urgente da parte dei player del settore. Dall’incertezza macroeconomica ai tassi d’interesse destinati a rimanere elevati per un periodo prolungato, fino alle continue turbolenze geopolitiche e al blocco delle exit, il panorama è complesso. Per gli esperti, quindi, i fondi devono muoversi con rapidità e decisione per adattarsi a un mercato in evoluzione: cruciale sarà adattarsi alla ‘nuova normalità’.
Anche se le operazioni potrebbero riprendere nel corso dell’anno, il miglioramento effettivo del fundraising potrebbe infatti richiedere fino al 2026. “Pertanto, in un mercato altamente competitivo, le società di private equity devono adottare strategie risolute per cambiare la narrativa. È cruciale che utilizzino questo periodo per riflettere su come i limited partners vedono realmente il loro fondo e tradurre tali conoscenze in prestazioni più solide e una posizione più competitiva”, viene sottolineato del report. Questo implica un’attenzione particolare alla creazione di valore: “in un contesto di tassi d’interesse più elevati, l’accento sarà posto sulla generazione di margini e sulla crescita dei ricavi all’interno del portafoglio aziendale”, si legge.
IPO rivitalizzate, ma pesano le exit in stallo
Proprio il congelamento che affligge le exit è una delle principali preoccupazioni evidenziate dagli esperti. Il basso numero di disinvestimenti lascia infatti alle società un gran numero di asset invenduti e vecchi, ostacolando il ritorno del capitale agli investitori. Una situazione che sta anche influenzando negativamente il fundraising, con gli investitori che preferiscono impegnarsi con un numero limitato di fondi. Fino al 15 maggio, il settore ha raccolto 422 miliardi di dollari, rispetto ai 438 miliardi dell’anno scorso. Secondo le previsioni di Bain, nel 2024 il fundraising toccherà i 1.100 miliardi di dollari, segnando un calo del 15% rispetto al 2023.
I fondi di buyout stanno conducendo la raccolta di fondi, con 199 miliardi di dollari raccolti fino al 15 maggio e una prevista chiusura dell’anno a 531 miliardi di dollari, con un aumento del 6% rispetto ai dodici mesi precedenti. Nonostante i volumi sembrino solidi, l’attenzione crescente degli investitori su un numero limitato di gestori di fondi favoriti significa che i dieci principali fondi di buyout hanno raccolto circa il 64% del capitale finora. Di conseguenza, la maggior parte sta lottando per ottenere il restante 36% del capitale disponibile e almeno uno su cinque non raggiunge l’obiettivo. Sebbene la ripresa del mercato delle IPO negli ultimi sei mesi sia un segnale positivo, fa notare il report, rappresenta però solo una piccola parte delle vendite complessive. Gli altri canali di uscita rimangono principalmente stabili.
Preoccupazioni macro e sfide operative impongono cautela
Secondo Bain, le incertezze macroeconomiche e geopolitiche persistenti, insieme a tassi d’interesse globali ancora elevati, richiedono cautela rispetto alle prospettive di ripresa del private equity. La stretta monetaria sta anche spingendo i fondi a trattenere gli asset per periodi più lunghi, data la diminuzione delle opportunità di vendita. “In questo contesto, poiché il pieno recupero del fundraising e dell’attività complessiva richiederà tempo, i fondi devono agire con determinazione per comprendere appieno le aspettative e le esigenze dei loro investitori. È essenziale che sviluppino un piano completo per soddisfare tali requisiti e generare valore attraverso i loro portafogli”, conclude Fiorello.
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